Seconda Guerra Mondiale4 giugno 1944: Roma è libera!

Oggi [4 giugno] è stato un continuo cannoneggiare come lo fu nella notte scorsa. Questa sera alle 8,20 arrivarono i soldati americani che destarono un grand’entusiasmo nella popolazione e vivaci battimani con “evviva” in alto tono.
Avatar Giovanni Preziosimartedì, 21 Giugno 2022 ore 10:59:5110232 min
L’ingresso degli Alleati a Roma.

Venerdì 2 giugno 1944, le lancette dell’orologio segnano le ore 23.15 quando dai microfoni di Radio Londra viene trasmesso un messaggio in codice rivolto a tutta la popolazione romana nel quale risuona forte e chiara la fatidica parola “elefante” che segnalava alla Resistenza capitolina che ormai le truppe alleate erano pronte a sferrare l’attacco finale per la liberazione della città eterna dopo nove lunghi mesi di occupazione nazista. Gli Alleati, infatti, in virtù dell’Operazione Shingle, tenacemente caldeggiata dal premier britannico Winston Churchill e portata a termine vittoriosamente dalla task force del VI° Corpo della Va Armata al comando del Generale John P. Lucas, erano riusciti a varcare la linea Gustav infliggendo una brusca battuta d’arresto alla Wehrmacht.

La foto pubblicata il 29 luglio 1943 dalla rivista francese “Semaine Hebdomadaire illustré” che documenta l’arrivo di Pio XII nel quartiere San Lorenzo dopo i bombardamenti del 19 luglio 1943.

«Ansiosa attesa della liberazione di Roma. Timore e speranze! Quale sarà la sorte riservata a Roma? Da parte dei Tedeschi continue retate di uomini e fucilazioni», si chiedeva con una certa inquietudine, il 21 maggio del 1944, la cronista dell’Istituto “S. Elisabetta” delle suore Suore Francescane Missionarie del S. Cuore. Dall’occupazione tedesca, infatti, la capitale viveva ore di ansia e di angoscia sotto il martellamento continuo dei bombardamenti dell’aviazione statunitense che, a partire dal 19 luglio 1943, aveva preso di mira dapprima il quartiere di San Lorenzo e, successivamente, nonostante il Governo Badoglio, con il contributo determinante della S. Sede il 15 agosto 1943 avesse dichiarato Roma “città aperta”, altri punti nevralgici della città che fu bombardata per ben 51 volte sino al giorno della sua liberazione tanto che, ad un certo punto, si vociferava persino che il pontefice, per maggiore precauzione, avesse in mente di allontanare i religiosi dalla capitale.

Anche questa illazione, tuttavia, viene seccamente smentita dalla Superiora Provinciale delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, Madre Maria Ignazia Pessina che, scrivendo il 26 febbraio 1944 alla Superiora Generale Madre Alessandrina Maccari, dichiara senza giri di parole:

Non è vero che il S. Padre si adoperi per far partire religiose e religiosi e neppure che si vociferi di far sfollare Roma. Naturalmente, al punto in cui siamo, dove si è sicuri?

Con l’incalzare dell’avanzata delle truppe alleate che si erano ricongiunte davanti a Valmontone aggirando da nord i colli Albani per puntare senza colpo ferire verso Roma, tutto lasciava presagire il graduale ripiegamento dei reparti tedeschi verso nord, soprattutto dopo la conquista di Cassino e l’ultimo attacco alla testa di ponte di Anzio che suggerì al feldmaresciallo Kesselring, agli inizi di giugno, di concentrare la 10a e la 14a armata sulla “Linea gotica”, dove allestì una serie di linee di resistenza col preciso intento di logorare gli Alleati, rinunciando ad ogni velleitario tentativo di difendere la città di Roma per evitare un inutile spargimento di sangue.

Il giorno 11 maggio [1944] – si legge nelle cronache del monastero camaldolese di San Gregorio al Celio – inizia da parte degli Alleati l’offensiva. Lunghi e forti combattimenti dei quali ci giunge l’eco lontano. I tedeschi resistono, poi pian piano retrocedono e la morsa si stringe intorno a Roma, ma all’urto dell’avanzata resistono i capisaldi. Tutto ci fa prevedere quindi un’ancor lunga attesa e un’incerta sorte per ciò che può succedere a questa nostra Roma. Affluiscono ancora e specie di notte uomini e mezzi sul fronte di battaglia mentre le strade sono continuamente sotto il tiro di un’aviazione anglo-americana numerosissima e instancabile. Nella notte tra il 2 e 3 [giugno 1944] un continuo movimento nella sottostante via dei Trionfi ci tiene svegli. È incominciato il ritiro delle artiglierie e dei mezzi. Continua il movimento per tutto il giorno e s’intensifica nella notte, alla mattina del 4 e per tutto il giorno fino al pomeriggio è chiara la rotta dei tedeschi che passano con tutti i mezzi possibili e passano passano; poi appariscono gruppi a piedi stanchi, disarmati, in silenzio, umiliati: Qualche soldato dei reparti italiani che è riuscito a fuggire in abiti borghesi chiede ospitalità.

Tirando un lungo sospiro di sollievo, il 4 giugno 1944, scrive, con dovizia di particolari, la cronista di “Villa Lante” al Gianicolo della Società del Sacro Cuore:

Dopo un’attività sempre crescente l’arrivo degli Alleati si è effettuato questa sera!… La notte era stata rumorosissima, e la giornata ugualmente. Pare che i tedeschi si ritirino, già questa mattina hanno aperto le vicine carceri e vediamo i detenuti politici sfilare liberi. Manca l’acqua e la corrente elettrica, per conseguenza non tram né autobus in città […] Presso il nostro muraglione sul Gianicolo sono disposte mitragliatrici che assordano col loro rombo, un proiettile è arrivato non si sa come, fin nel salottino delle Palme dove il Cappellano lo ha visto entrare e balzare poi verso la statuetta dell’Ecce Homo. Si spera che sia l’ultimo fuoco, perché i tedeschi vanno ritirandosi: le radio sono silenziose per mancanza di elettricità, ma non c’era dubbio che l’arrivo degli Anglo-Americani sia prossimo, difatti pare siano alle porte.

Difatti, sul far della sera del 3 giugno, si notava un lungo corteo di camion militari tedeschi convergere verso ponte Milvio per attraversare il Tevere e poi proseguire lungo le vie consolari della Cassia e della Flaminia col preciso intento di abbandonare definitivamente la capitale senza opporre resistenza. Poco dopo, fiutando il pericolo ormai alle porte, anche le SS decisero di lasciare precipitosamente la sede di via Tasso, trascinandosi dietro di sé due gruppi di prigionieri che furono fatti salire su due distinti autocarri diretti verso il nord.

Bruno Buozzi (Pontelagoscuro, 31 gennaio 1881 – Roma, 4 giugno 1944)

Tra di essi figuravano il sindacalista Bruno Buozzi e tre spie italiane dell’Office of Strategic Service statunitense ed alcuni membri dei Gruppi di Azione Patriottica. Tuttavia, mentre il primo autocarro si avviò spedito lungo la Cassia l’altro, probabilmente a causa di un guasto, non riuscì a partire ragion per cui tutti i prigionieri proprio grazie a questo provvidenziale inconveniente riuscirono a salvarsi perché furono lasciati nelle celle incustodite dalle quali furono liberati poco dopo grazie all’intervento della Resistenza romana. Ad ogni modo il camion sul quale si trovava Buozzi, dopo aver percorso pochi chilometri appena uscito da Roma, improvvisamente, si arrestò nei pressi del sobborgo de La Storta. I 14 prigionieri furono immediatamente fatti scendere e rinchiusi in un garage. Il mattino successivo, mentre gli Alleati erano alle porte della capitale, le S.S. considerandoli ormai un peso inutile da portarsi dietro, senza pensarci su due volte, decisero di sbarazzarsene definitivamente.

Così li condussero dietro dei cespugli e a bruciapelo esplosero un colpo di rivoltella alla nuca di ognuno di loro lasciandoli esanimi in un boschetto al km 14,200 di via Cassia. Insieme al celebre sindacalista Bruno Buozzi fu barbaramente trucidato anche John Armstrong, nome di copertura di Gabor Adler, un agente dello Special Operation Executive, il braccio operativo dei servizi segreti britannici ideato da Churchill per coordinare le azioni di sabotaggio oltre le linee nemiche.

Una ulteriore dettagliata descrizione di quanto accadde in quei giorni convulsi ci viene offerta dalle Memorie della Casa romana “S. Cuore” delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, che costituisce una fonte di prima mano per farsi un’idea precisa di quale era lo stato d’animo di chi, suo malgrado, si trovò a vivere quei momenti concitati.

Oggi [4 giugno] è stato un continuo cannoneggiare come lo fu nella notte scorsa. Questa sera alle 8,20 arrivarono i soldati americani che destarono un grand’entusiasmo nella popolazione e vivaci battimani con “evviva” in alto tono. Sia dalle finestre che dalla via Cavour, ove la gente s’agglomerava straordinariamente. Passò anche la carrozza di S. Eccellenza Badoglio, salutato esso pure con “evviva”, ma più garbati. Dio l’aiuti e gli risparmi umiliazioni e guai! Intanto noi non avevamo la luce elettrica, ma splendeva una bella luna che illuminava la via ed i soldati anglo-americani, entrati tranquillamente in città, dopo qualche sparo di cannoni alle porte periferiche. Purtroppo la bella luce lunare servì a parecchi ladri italiani per entrare in alcuni negozi a svaligiarli senza pietà. Che vergogna! Verso le 11, ancora per via Cavour, dalla parte destra, venivano carri e carretti pieni di americani che silenziosamente si fermarono nell’incontrarsi coi camion tedeschi, in partenza, i quali venivano alla sinistra, essi pure in silenzio, non potendo però evitare il rumore assordante dei carri. Alle 2 dopo mezzanotte ecco un altro fragoroso passaggio, più lungo del primo, di anglo-americani seguiti da battimani e da evvivafestosi. Insomma fu una nottata di veglia; ma pazienza se l’esito di questi arrivi sarà favorevole alla pace che tutti implorano ed aspettano da Dio. Chi potrà non riconoscere – aggiunge la cronista – nell’incontro pacifico dei due eserciti nemici l’aiuto potente di Dio, l’intervento efficace della SS. Vergine tanto pregata nei pellegrinaggi da parecchie Parrocchie dell’Urbe; specialmente a S. Ignazio, dov’è stata portata la Madonna del Divino amore, considerata qui e nei dintorni la più sicura protettrice dei bisognosi? Il S. Padre stesso si è recato a S. Ignazio, e là, dal pulpito ha invitato la gente che gremiva la Chiesa, a ringraziare con Lui la SS. Vergine, Madre di misericordia.

Ugo Forno (Roma, 27 aprile 1932 – Roma, 5 giugno 1944)

Nel frattempo, nella città e nei suoi dintorni si era sviluppata una vera e propria jacquerie urbana tra le varie bande partigiane, che cercavano di spianare la strada all’arrivo degli Alleati e le retroguardie tedesche che, a loro volta, tentavano strenuamente di arginarne l’avanzata. In uno di questi scontri rimase vittima il dodicenne Ugo Forno, soprannominato “Ughetto” che, il 5 giugno 1944, pagò con la vita il tentativo, andato a buon fine, di impedire che un reparto di genieri tedeschi facessero saltare il ponte ferroviario sull’Aniene, lungo la statale Cassia. In questo marasma generale ne approfittò l’ex questore fascista di Roma, il famigerato Pietro Caruso che, fiutando il pericolo che incombeva su di lui, il 4 giugno, alle prime luci dell’alba, tagliò la corda rapidamente dall’hotel Plaza dove risiedeva insieme al suo braccio destro Roberto Occhetto e all’autista Franzetti, a bordo di un’Alfa Romeo carica d’oro e di gioielli, diretto verso l’Italia settentrionale. Tuttavia, poche ore dopo, in prossimità di Vetralla, a causa di un incidente, fu costretto a farsi ricoverare, sotto mentite spoglie, presso l’ospedale di Bagnoregio, dove però fu riconosciuto dai partigiani e tradotto nel carcere di Regina Coeli.

Sono le 20,35 – scrive, con un senso di sollievo, il solerte cronista camaldolese del monastero di S. Gregorio al Celio – Entra in coro fr. Giovanni gridando “sono arrivati gl’inglesi, sono arrivati, sono qui sotto!”. Si lascia di corsa il coro e si va alale finestre. All’incrocio sottostante carri armati anglo-americani circondati da partigiani italiani armati sparano colle loro mitragliatrici sulla via dei Cerchi, dei Trionfi, battono la strada che sale all’Aventino. […] È questa l’ora dei gerarchi fascisti che per sottrarsi all’ira popolare o agli arresti del nuovo governo d’Italia domandano asilo alle case religiose e sebbene non se ne condivida i principi di rovina loro, carità ci obbliga ad aprire le porte. Attendono che passi la bufera. È più paura, forse giustificata dagli atti loro, che realtà, ché la reazione è calma e benigna. Non sono pagati con quella misura colla quale loro pagarono gli avversari!

Il gen,. Clark chiede informazioni a un prete.

All’improvviso Roma, fin allora deserta, si era riempita di folla. Tanti uomini e donne che, fino a quel momento erano rimasti nascosti prudentemente nei loro rifugi, dopo tanti mesi di attesa adesso finalmente potevano respirare l’aria pulita della libertà. Piazza Venezia, un tempo luogo prediletto delle famigerate adunate oceaniche fasciste, adesso era gremita di persone entusiaste che accoglievano con gioia i liberatori della Va armata statunitense che, acclamati dai romani, nelle prime ore del pomeriggio, di quel memorabile 5 giugno, attraverso le vie consolari raggiunsero il centro della capitale a bordo di una jeep, al comando del Gen. Mark Wayne Clark facevano il loro ingresso trionfale nella capitale cercando di farsi largo, a fatica, tra ali di folla per raggiungere il Campidoglio dove erano stati convocati tutti i comandanti dei corpi d’armata per fare il punto della situazione. In tale circostanza si insediò, in qualità di comandante militare e civile di Roma su designazione del CLN, il generale Roberto Bencivenga che, insieme ad altri esponenti antifascisti aveva trovato rifugio presso il Pontificio Seminario Maggiore del Laterano.

Nel pomeriggio di ieri – scriveva il Sostituto Segretario di Stato mons. Tardini – le truppe alleate si sono avvicinate. La notte tra il 4 e il 5 sono entrate in Roma, con una bella luna. Roma è, grazie a Dio, quasi intatta. La bufera è stata molto meno dura di quanto si poteva prevedere.

Sotto il cielo di Roma, fino ad allora costellato dai lugubri bombardamenti dell’aviazione alleata, adesso si incominciava a respirare il profumo della libertà, presagio di un avvenire foriero di tante belle speranze. Animati da questo entusiasmo, decine di migliaia di romani nel pomeriggio del 5 giugno si riversarono in piazza San Pietro per tributare il loro omaggio al pontefice che si era tanto adoperato per la liberazione di Roma.

 

«Giornata di grandi emozioni! – scrive il 5 giugno nel Giornale della casa “Villa Lante” la cronista delle religiose della Società del S. Cuore – Si, erano alle ore 18 alle porte e alle 21 sono entrati; sentivamo ier sera acclamazioni, chiasso per istrada, sul tardi si picchiava ripetutamente al portone, invece del solito silenzio imposto dal coprifuoco si udivano grida di gioia […] Stamane poi a colazione la Nostra Rev.da Madre Saladini ha annunziato infatti che gli Anglo Americani sono entrati ier sera in Roma e che i primi son andati direttamente in Piazza San Pietro ad ossequiare il Santo Padre che si è degnato mostrarsi alla finestra per benedirli; ne siamo entusiaste perché sappiamo quanto ha lavorato il Papa per ottenere che Roma sia rispettata; per intervento divino attraverso le sue instancabili, paterne, caritatevoli sollecitudini Roma sacra è preservata dal divenire teatro di guerra! Il popolo romano come primo attestato dei suoi sentimenti si è già adunato stamane alle 7 in Piazza San Pietro ad esternare la sua commossa gratitudine al Pontefice Defensor Civitatis e come ier sera Sua Santità è apparso alla finestra benedicendo. Verso le 10:15 la manifestazione si è rinnovata ardentissima e più volte il Santo Padre ha benedetto con effusione. Anche alle 18 la Piazza rigurgitava di popolo, allora il Papa ha rivolto al popolo parola di conforto e di nuove speranze.

La domenica seguente 11 giugno, in segno di ringraziamento Pio XII si recò nella chiesa di Sant’Ignazio, “ai piedi di Maria, Madre del Divino Amore”.

Tutti i romani, infatti, in quei momenti d’angoscia trovarono nella Chiesa e soprattutto nel pontefice, un’autorità capace di svolgere una funzione di sostegno, ordine, pacificazione e moderazione degli animi tanto che proprio per questo suo perspicace modus operandi in seguito si meritò l’appellativo di Defensor civitatis. Come previsto dal compromesso faticosamente raggiunto il 12 aprile del 1944 con i vari leaders dei partiti antifascisti Vittorio Emanuele III, il giorno successivo alla liberazione di Roma, abdicò al trono firmando, nella sua residenza salernitana di villa Episcopio a Ravello, il decreto di nomina del figlio Umberto di Savoia luogotenente generale del Regno. L’incubo era finito. La liberazione di Roma, infatti, era il preludio della vittoria finale di cui si dovrà attendere, però, ancora un altro anno. In questo modo l’Italia, dopo il bieco ventennio, voltava definitivamente pagina e si accingeva a scrivere un nuovo capitolo della sua storia.

 

© Giovanni Preziosi, 2022

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Giovanni Preziosi

Giovanni Preziosi nasce 52 anni fa a Torre del Greco, in provincia di Napoli, da genitori irpini. Trascorre la sua infanzia ad Avellino prima di intraprendere gli studi universitari presso l’Università degli Studi di Salerno dove si laurea in Scienze Politiche discutendo una tesi in Storia Contemporanea. Nel corso di questi anni ha coltivato varie passioni, tra cui quella per il giornalismo, divenendo una delle firme più apprezzate delle pagine culturali di alcune prestigiose testate quali: “L’Osservatore Romano”, “Vatican Insider-La Stampa”, “Zenit”, “Il Popolo della Campania”, “Cronache Meridionali”. Ha recensito anche alcuni volumi per “La Civiltà Cattolica”. Inoltre, dal 2013, è anche condirettore della Rivista telematica di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo “Christianitas” e responsabile della sezione relativa all’età contemporanea. Recentemente ha fondato anche il sito di analisi ed approfondimento storico "The History Files”. Ha insegnato Storia Contemporanea al Master di II° livello in “Scienze della Cultura e della Religione” organizzato dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Fin dalla sua laurea i suoi interessi scientifici si sono concentrati sui problemi socio-politici che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale, con particolare riguardo a quel filone storiografico relativo all’opera di assistenza e ospitalità negli ambienti ecclesiastici ad opera di tanti religiosi e religiose a beneficio dei perseguitati di qualsiasi fede religiosa o colore politico. Ha compiuto, pertanto, importanti studi su tale argomento avviando una serie di ricerche i cui risultati sono confluiti nel volume “Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinità” (Walter Pellecchia Editore, 2006); “L’affaire Palatucci. “Giusto” o collaborazionista dei nazisti? Un dettagliato reportage tra storia e cronaca alla luce dei documenti e delle testimonianze dei sopravvissuti” (Edizioni Comitato Palatucci di Campagna, 2015), “La rete segreta di Palatucci. I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti” (CreateSpace Independent Publishing Platform, 2015) e “Il rifugio segreto dei gerarchi: Storia e documenti delle reti per l'espatrio clandestino dei fascisti” (CreateSpace Independent Publishing Platform, 23 febbraio 2017) nonché in altri svariati articoli pubblicati su giornali di rilievo nazionale.

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