UN RICORDO, GRATO, DI BENEDETTO XVI

Dall'elezione al soglio petrino alla "celebre" rinuncia, passando per lo scandalo del Vatileaks: la parabola di un personaggio complesso e importante che ha lasciato un segno nella storia della Chiesa.

di Vito Sibilio - Storico della Chiesa e medievista 367 Visualizzazioni
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È difficile commemorare un personaggio complesso e importante come Joseph Alois Ratzinger, papa col nome di Benedetto XVI. Con lui si è spento il più grande intellettuale cattolico, anzi cristiano, vivente e uno dei maggiori esponenti della cultura mondiale, una figura che giganteggerà sempre nell’olimpo dei dotti, non solo per la vastità della sua produzione, ma per la profondità del suo pensiero, il rigore del suo argomentare, la grandezza della sua cultura, la possanza del suo ragionamento, l’ampiezza del suo sentire e l’insuperabile specializzazione della sua teologia sistematica.

I suoi scritti attestano ad un tempo la coerenza dei suoi presupposti, che fanno il pensatore organico, e l’attraversamento consapevole e da protagonista di fasi storiche diverse, nelle quali il suo pensiero, senza contraddirsi, si è evoluto, trasformato, corretto, affinato ed è stato adoperato per servire non una personalità istrionica, ma umile, ferma, cristallina, coerente, chiamata a ricoprire ruoli diversi, e quindi necessariamente espressosi in modi differenti.

Era sempre lui, Ratzinger, il cattedratico dotto che faceva la Comunione con la devozione di un bambino, che ora faceva il perito conciliare, ora il docente, ora l’Arcivescovo, ora il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, ora l’intellettuale, ora il Papa, ora – cosa inedita – il Pastore universale a riposo in tutto, fuorché nello spirito e nella mente. Era sempre lui, un uomo, un cristiano, un prete che insegnava dapprima con l’esempio e dopo con la parola, e l’esempio che dava era quello di un ragionare onesto e serrato, atto a persuadere prima se stesso e poi gli altri. La testimonianza di chi credeva che è proprio di Dio agire secondo ragione e che quindi pensava che l’uomo, fatto a sua immagine, doveva imitarlo facendo lo stesso.

E’ stato innanzitutto un grande intellettuale, Ratzinger. Un uomo che ha capito il grande, duplice dramma della contemporaneità:  non la separazione, ma la conflittualità tra fede e ragione. Un Cielo senza Terra e una Terra senza Cielo. Nei quali coloro che vengono più danneggiati sono proprio quelli che non si abbarbicano a nessuna fedeltà preconcetta, che non guardano sempre in alto o sempre in basso. Quelli che cercano tutte le dimensioni per muoversi liberamente in esse. Ecco perché Ratzinger piacque tanto ai laici – e non ai laicisti  o ai fondamentalisti religiosi, progressisti o conservatori che fossero, cattolici cristiani o di altre religioni. Nel quadro di una società dapprima dominata dall’ateismo materialista, poi dall’individualismo tecnocratico, indi dal fondamentalismo religioso e persino dall’esoterismo iniziatico, Ratzinger ha capito che la soluzione della crisi intellettuale sta nella conciliazione tra la concezione cristiana della persona e quella laica delle libertà responsabili, da cui discendono non solo diritti ma anche doveri. Una sintesi che garantisce la vera uguaglianza tra gli uomini e l’antidoto ad ogni veleno di tirannia e dispotismo.

Come Papa, Benedetto XVI ha tenuto la barra dritta. Considerato un vessillo dai restauratori, egli fu invece il vero alfiere della conservazione del vivo spirito rinnovatore del Concilio Vaticano II,  a cui partecipò attivamente. Difese la dottrina della Fede in un mondo in cui l’anarchia e la confusione intellettuale si camuffano col liberalismo teologico. Rinsaldò la disciplina in un clero disastrato all’interno di un mondo in cui la licenza immorale si traveste del desiderio della realizzazione di sé. Restaurò la purezza della liturgia in un contesto ecclesiale viziato o di immanentismo o di formalismo. Si fece apostolo del Vangelo  in un mondo in cui la Fede o è dileggiata o è perseguitata. Difese un integro sviluppo umano a dispetto della reificazione tecnocratica dell’uomo o della persecuzione violenta dei dissidenti, cristiani in testa, imperanti nei campi diversi in cui il mondo è diviso. Seppe tenere relazioni proficue con gli Stati, facendosi promotore di pace e di sviluppo, senza mai cedere alla tentazione plurimillenaria di fare del Cristianesimo la religione del secolo, battezzandone quindi le battaglie filantropiche anche quando fossero state estranee alla religione, rispettandone però nel contempo la peculiarità. Fu difensore dell’ambiente senza essere ambientalista, fautore dei diritti senza diventare liberale agnostico, assertore dell’identità dei popoli e della Chiesa senza rinchiudersi in ambiti angusti e meschini.

Rivendicò sempre con coerenza un principio irrinunciabile per la Chiesa, da cui discende tutto il suo pur moderato conservatorismo dottrinale, ossia quello per cui solo essa può decidere, per i credenti, quello che è un diritto naturale. Da qui la radice del suo scontro epocale con l’Occidente secolarizzato e secolarista, in ispecie con la sinistra mondialista,  e con l’alta finanza imperialista, che hanno avuto in lui l’ultimo, vero, fiero e indomito avversario, uscito dalla battaglia, sia ben chiaro, non sconfitto, perché in esse portò come armi non scomuniche e dogmi, per cui aveva bisogno di cingere la Tiara, ma ragionamenti e argomentazioni, alle quali servivano la mente e il cuore e che ha adoperato fino alla fine.

Fu un riformatore religioso autentico, Ratzinger. Uno che voleva purificare i costumi perché la Chiesa fosse sempre più simile a Cristo e non alla propria incipiente senescenza. Per questo si impegnò contro gli abusi del clero, contro la corruzione finanziaria, contro l’invadenza dei poteri secolari. Per questo fu combattuto e posto in un caos nel quale tuttavia si seppe destreggiare bene, tra fazioni ecclesiastiche in lotta in una Chiesa semideserta e parti politiche esterne desiderose di annettersela come un regno. Quanto la sua battaglia in tal senso sia stata vittoriosa, a fronte di un significativo rallentamento, in parte fisiologico in parte indotto per tattica, insorto sotto questo Pontificato, lo giudicherà la storia  e lo vedranno i posteri. Simili trasformazioni sono lente, perché non sono i decreti del Mikado o di Stalin, hanno bisogno di maturare nelle coscienze. Ma di certo Benedetto ha visto bene: o la Chiesa ha una testimonianza profetica, o non serve praticamente a nulla e diventa un orpello in cerimonie mediatiche, in lavaggi collettivi di cervello, in attesa di uno nuovo e più decorativo che ne prenda il posto, sepolcro nietzschiano di un Dio andato altrove, ucciso nelle coscienze.

Ma fu anche l’uomo dei colpi di scena, Ratzinger. Molti li subì. Il professore divenne pastore. Il pastore custode della dottrina. Il custode della dottrina divenne condottiero del Sacro Collegio nel crepuscolo di un Wojtyla infermo. Il condottiero divenne Papa, a dispetto delle sue inclinazioni monastiche. Lo si vide viaggiare, governare, usare i media, affascinare i lontani con la sua oratoria asciutta e calda, senza concessioni allo spirito dei tempi ma vicina al cuore di tutti. Lo si vide fronteggiare avversari senza volto e fedeli ostili, legati alla loro idea di Chiesa e non a quella, semplice sino alla povertà, del Vangelo. Poi, quando ritenne di non poter più svolgere la missione petrina come lui la concepiva, avendo portato a compimento una radicale pulizia del clero e una regolamentazione seria delle finanze vaticane, ha abdicato. Ha inventato il Papato emerito e in esso, pur essendo fedelissimo al nuovo Papa – contestazione vivente ed invincibile della presunta illegittimità del Successore – ha continuato a svolgere una funzione autorevole di testimone della integra dottrina e della disciplina tradizionale, assestando, in punta di fioretto, anche colpi vigorosi, se non mortali, ai competitori che ancora si è trovato avanti, suo malgrado, nel corso delle dispute ecclesiali. Competitori del progressismo cattolico, più superficiale che ereticale, più smanioso di popolarità che capace di empatia con i problemi delle anime.

Al termine della sua esistenza terrena Joseph Ratzinger alias Benedetto XVI ha avuto il suo più scultoreo ed incisivo elogio da quel Successore, Francesco, che è in tante cose la sua antitesi, sia pur nell’ampio alveo della tradizione cattolica ortodossa, il quale lo ha definito semplicemente “Un Santo”. In effetti credo che, lasciando in questo mondo libri, sermoni, discorsi, Ratzinger porti con sé la sua vera essenza spirituale di testimone, alla quale molti continueranno a rivolgersi, se laici col ricordo, se fedeli con la preghiera. Un uomo ornato delle virtù semplici e solide delle Beatitudini. Un Papa che, quando anche l’ultimo dei fedeli, come il sottoscritto, gli scriveva per preghiere, anche più volte, sempre faceva rispondere in forme tali da far capire che aveva letto e recepito il bisogno del singolo. Una persona gentile che ringraziava anche quando riceveva piccoli doni, come quelli che io stesso gli ho a volte spedito. Un padre premuroso che ringraziò tutti quelli che, come me, gli scrissero quando abdicò chiedendogli di ritornare sui suoi passi, ma che continuò sulla sua strada. Una strada ovviamente percorsa non senza errori, perché essendo umano egli non era esente da difetti. Ma che vale la pena di percorrere dietro il suo esempio, perché è stato quello di un uomo libero, coerente ed onesto votato alla Fede in Cristo, per conservare la quale non ha esitato nemmeno a rinunziare al più alto ufficio. Per questo ha continuato a rappresentarlo in terra anche quando ha smesso di essere Papa, perché ha mantenuto la missione, senza abbarbicarsi all’ufficio.

JOSEPH ALOIS RATZINGER E LA TEOLOGIA DEL MAGISTERO

Il rinnovamento teologico cattolico in Occidente iniziò con gli autori tomisti neotomisti e agostiniani. Dopo il Concilio e fino ai tempi nostri – in genere fino agli anni Ottanta, in cui muoiono quasi tutti – quegli autori continuarono a lavorare indefessamente. Ma alcune figure sorsero dopo la grande assise ecumenica. Di esse le tre maggiori sono quelle di Joseph RatzingerHans Küng ed Edward Schillebeeckx. Tuttavia gli ultimi due, sebbene prestigiosi e dotti, sono innegabilmente eterodossi e in effetti sono stati censurati da  Giovanni Paolo II.

Joseph Alois Ratzinger è stato fino alla sua scomparsa il massimo intellettuale cattolico vivente, oltre che il più grande teologo. Ha continuato ad essere, come nella maggior parte della sua vita, un isolato, ma ha avuto luce sufficiente per illuminare, da solo, buona parte del mondo, disposto a vedere. Egli nacque a Marktl am Inn, in Baviera, nel 1927. La sua famiglia, semplice, era convintamente antinazista. Studiò ad Aschau negli anni delle elementari, frequentò il ginnasio a Traunstein e  servì nell’esercito tedesco tra il 1943 e il 1945, a causa del volkssturm, nella contraerea. Fu poi prigioniero degli Alleati.

Liberato, entrò nel Seminario di Frisinga e studiò colà e all’Università di Monaco. Fu ordinato prete nel 1951. Nel 1953 si addottorò in teologia. Nel 1957 conseguì, sia pure in mezzo a molte difficoltà, la libera docenza. Nel 1958 cominciò ad insegnare nel Seminario di Frisinga, dogmatica e teologia fondamentale. Nel 1959 divenne ordinario di teologia fondamentale all’Università di Bonn. Fu perito del Concilio Vaticano II al seguito del cardinale Joseph Frings (1887-1978), arcivescovo di Colonia.  In quel ruolo maturò una fisionomia riformista ancorata nella Tradizione, a differenza dei tumultuosi cambiamenti di certi fronti teologici innovatori. Nel 1963 divenne professore all’Università di Münster. Nel 1966 si trasferì in quella di Tubinga. Nel 1969 lasciò quella sede,  minata dalla contestazione studentesca, e si trasferì nel neonato ateneo di Ratisbona. Nel 1977 Paolo VI lo elesse arcivescovo di Monaco di Baviera. Nello stesso anno fu creato cardinale. Nel 1981 Giovanni Paolo II lo volle Prefetto Apostolico della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale. Lo scelse perché era un teologo che, liberamente, autorevolmente e dottamente, era sempre in linea con il magistero. Tra il 1986 e il 1992 fu Presidente della Commissione per la redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Nel 1992 divenne Cardinale Vescovo di Velletri e Segni. Nel 2002 divenne Decano del Sacro Collegio dei Cardinali e Cardinale Vescovo di Ostia, titolo che unì all’altro suburbicario che già aveva. Nel 2003 divenne Presidente della Commissione per la redazione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Nel 2005 fu eletto Papa e assunse il nome di Benedetto XVI. Il suo pontificato si distinse per lo sforzo enorme per la moralizzazione del clero, per la riforma delle finanze vaticane, per il magistero di altissimo livello, per la restaurazione della disciplina liturgica e per una maggiore attenzione alle questioni religiose rispetto a quelle politiche. Da Papa, Ratzinger non smise di fare ricerca e divulgazione. Fronteggiò dal 2011 una congiura oscura tra oppositori di Curia, teologi neomodernisti, poteri occulti, finanziari, mediatici e politici internazionali, volta ad impedirgli il governo ordinario della Chiesa, sfruttando scandali veri o presunti che lambirono diversi suoi collaboratori, ma resistette con dignità ed energia. Superato l’acme della tempesta, Ratzinger, malato e vecchio, nel 2013 abdicò alla Tiara e visse nella Domus Mater Ecclesiae della Città del Vaticano, conservando il nome pontificale e col titolo di Papa Emerito, fino alla morte.

Ratzinger è il teologo del Magistero, perché le sue posizioni argomentano sempre brillantemente a favore di esso, senza però perdere l’originalità della ricerca. Autore eccezionalmente prolifico, limpido, dotto e profondo, Ratzinger aveva un’opera omnia che al momento della sua assunzione al Papato contava sedici grossi volumi ancora oggi in pubblicazione e previsti in svariate lingue. Il primo volume è la sua tesi di dottorato sull’ecclesiologia di Agostino; il secondo la dissertazione per la libera docenza sulla teologia della storia e la comprensione della Rivelazione in Bonaventura; il terzo volume comprende gli studi sui rapporti tra fede e ragione (la prolusione all’Università di Bonn del 1959 sul Dio della fede e il Dio dei filosofi è il primo di tutti questi testi); il quarto comprende il libro Introduzione al Cristianesimo del 1968 e tutti gli altri testi sulla confessione della fede, il battesimo, la conversione, la sequela di Cristo e la realizzazione dell’esistenza cristiana; il volume quinto riunisce tutte le sue opere sulla Creazione, sull’antropologia, sulla soteriologia e la mariologia; il volume sesto tratta della cristologia, a partire dalla trilogia Gesù di Nazareth, scritta già da Papa, mettendo insieme tutti i saggi sull’argomento; il volume settimo mette insieme tutti i testi sulla teologia conciliare, intesi sia come preparatori al dibattito dell’assise, sia come relazioni sui fatti avvenuti, sia come commenti formulati in seguito, sia come studi sulla ricezione dei testi del Vaticano II; il volume ottavo riunisce gli studi ecclesiologici e di teologia ecumenica dell’autore; il volume nono raccoglie i saggi sulla gnoseologia e l’ermeneutica teologiche, sull’esegesi biblica e sulla correlazione tra Rivelazione, Bibbia, Tradizione e Magistero; il volume decimo tratta dell’escatologia a partire dal trattato Escatologia del 1977 e mettendo insieme tutti i saggi sull’argomento; il volume undicesimo riunisce tutti gli scritti ratzingeriani sulla liturgia; il volume dodicesimo riunisce i testi sul ministero sacerdotale, divisi in due titoli: Annunciatori della Parola e Servitori della vostra gioia; il volume tredicesimo raccoglie tutte le interviste a Ratzinger, sia prima che dopo l’elezione al Papato e anche dopo la sua abdicazione, per cui vi si trovano anche il libro Rapporto sulla Fede scritto con il giornalista convertito Vittorio Messori e i tre volumi con il giornalista Peter Seewald  – di cui Luce del Mondo, il secondo, fu scritto durante il Papato e Ultime conversazioni, il terzo, fu scritto dopo la rinuncia; il volume quattordicesimo è una amplissima antologia dell’omiletica e dei discorsi di Ratzinger; il volume quindicesimo unisce l’autobiografia intitolata La mia vita del 1997, altri testi biografici e personali e quelli su Giovanni Paolo II, oltre che vari discorsi occasionali; il sedicesimo volume è la bibliografia ragionata dell’opera dell’autore. Dei documenti pontifici non diamo qui conto rimandando al paragrafo sul suo magistero.

La teologia di Ratzinger è essenzialmente catechetica, volendo presentare ai fedeli i contenuti della religione senza alterarli o edulcorarli ma rendendoli comprensibili. Egli non ha mai voluto creare un sistema come Rahner o von Balthasar, ma ha solo cercato di farsi capire dai contemporanei. Il grande peso catechetico e il significato del suo lavoro in tal senso gli hanno permesso di stare alla pari anche di quegli altri colleghi che avevano obiettivi più ambiziosi. Chi lo legge ritrova il suo credo alla luce di un pensiero vigoroso e fedelmente creativo.

Il rapporto tra fede e ragione accompagna Ratzinger costantemente, in quanto egli sa che nell’età della demitizzazione e dell’ateismo esso è un problema particolarmente acuto. Il contrasto presunto tra fede e ragione crea un forte disagio tra i credenti, per cui Ratzinger ha presentato la fede cristiana in termini esistenziali, personalistici, dinamici e comunitari, enucleando il senso profondo delle asserzioni bibliche e dogmatiche in cui essa si esprime. La ragionevolezza del Cristianesimo per Ratzinger non sta nell’evidenza o nella certezza di quanto si asserisce, ma nel suo valore esistenziale e personalistico. Infatti le verità di fede danno senso all’esistenza e possono farlo perché il soggetto riconosce loro tale potere. L’uomo singolo prende posizione rispetto al senso della storia, sua propria e collettiva, e in particolare rispetto all’evento Cristo, che a quella storia dà un significato particolare ed unico. Infatti Cristo non solo rivela il senso della vita ma è Egli stesso quel senso. Il senso della vita di tutti è una Persona viva, appunto Gesù. La fede in Lui non può essere oggetto di palinodie ma è sempre scandalosa, divisiva, in quanto essa realizza tutta la storia in un solo suo evento, Cristo appunto. Può l’uomo fondare tutto su di Lui, in un modo precario apparentemente? Questo può accadere solo se si accetta fino in fondo la Resurrezione di Cristo. In tal modo, la precarietà diventa saldezza e alle religioni contemplative si sostituisce quella incarnata. Nessuna disonestà intellettuale deve nascondere la difficoltà di una simile presa di posizione. Nello stesso tempo però, presa questa posizione, l’evento passato, ossia il Cristo storico, diventa artefice del futuro, attraverso noi, mentre Egli stesso è atteso nel Suo ritorno. La fede vera passa attraverso una esperienza spirituale vissuta in profondità. La parola precede il pensiero. La Parola di Dio interpella l’uomo ed egli adatta ad essa il suo pensiero. La fede non è una filosofia e non è modificabile a piacimento.

Il tema del rapporto tra Magistero e teologia è un altro dei punti qualificati della riflessione ratzingeriana. Ciò che il futuro Papa scrisse prima ancora di diventare Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede confluì nell’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, da lui redatta e promulgata con l’autorità di San Giovanni Paolo II. Per Ratzinger il Magistero stabilisce i contenuti della fede e le modalità della sua espressione, lasciando alla teologia il compito del loro approfondimento. In un certo senso, la teologia è magisteriale anch’essa, pur non esaurendo mai il suo compito.

In ecclesiologia, Ratzinger ha sostenuto la dottrina della comunità eucaristica, fondata sul più importante dei Sacramenti. Questa teoria ha riscosso successo anche tra gli ortodossi. L’Eucarestia è il principio unificante della Chiesa. Il Cristo eucaristico è il vero nuovo Tempio dell’Israele di Dio, il nuovo centro della Comunità, un centro che è ovunque viene celebrato sacramentalmente il mistero. L’Eucarestia è per sempre e la Pasqua cristiana fu è e sarà centro e fonte del Popolo di Dio. Il Cristo ha fatto del Suo Corpo sacramentale il centro modellatore della Chiesa e mediante Esso la porta alla propria autorealizzazione. Il Popolo di Dio è tale in forza del Corpo di Cristo e lo diventa grazie all’Eucarestia. La conseguente unità tra le membra del Corpo di Cristo non rimane solo sacramentale e diviene etica e sociale. La Chiesa trae significato dalla sua relazione con Cristo, assume da Lui il valore che ha per gli uomini. Cristo rappresenta coloro per i quali si sacrifica e rappresenta Dio presso di loro, Cristo è per gli altri. L’una e l’altra cosa Egli lo è sempre, ma specialmente nel Sacrificio della Croce. La Chiesa partecipa della Sua missione e rende possibile la prosecuzione dell’azione di Lui per gli altri. Grazie alla Chiesa gli altri, compresi coloro che sono fuori di essa, possono essere salvati, per il principio della parte per il tutto, della minoranza per la maggioranza, della rappresentanza, esattamente come il Cristo immolato. In ragione di ciò, anche la piccolezza visibile della Chiesa non costituisce una minorazione della sua funzione ma anzi una sua garanzia e conferma.

Proprio in relazione alla questione della salvezza dei non battezzati, Ratzinger riprende questo concetto, affermando che il piccolo gregge di coloro che sono nella Chiesa può garantire, con la sua preghiera, la sua azione, il suo sacrificio, la salvezza dei molti eletti. In tal maniera non vi è bisogno dei cristiani anonimi di Rahner ne’ delle altre religioni quali via ordinaria di salvezza.

Nei temi etici Ratzinger ha sottolineato l’importanza della vita, della coscienza, della persona, della legge morale. Con questo eccezionale bagaglio culturale, Ratzinger è poi diventato Papa, esercitando uno dei più dotti magisteri di ogni tempo.

IL MAGISTERO PAPALE: IL PIU’ GRANDE LASCITO DI BENEDETTO XVI

Joseph Ratzinger, diventato Benedetto XVI, ha svolto un magistero raffinato anche se di minore grandezza rispetto a quello del Predecessore. Ricordiamo innanzitutto le sue Lettere Encicliche. Per esse concepì una trilogia dedicata alle virtù teologali, purtroppo rimasta incompiuta, almeno ufficialmente, in quanto l’ultima delle Encicliche è stata pubblicata dal Successore.

La prima, la Deus caritas est,  del 2006, tratta della carità a partire dai concetti di eros ed agape. L’eros, pur richiamando la dimensione più propriamente terrena dell’amore, viene dalla stessa fonte della bontà del Creatore, come la possibilità di un amore che rinuncia a sé in favore dell’altro. La dimensione dell’amore trascendente, è invece l’agape, che si manifesta nella misura in cui due si amano realmente e uno non cerca più solo se stesso ma soprattutto il bene dell’altro. La famiglia è il primo luogo della caritas, ma è anche un principio sociale, perchè incanala l’uomo verso la società, verso la Chiesa, verso il mondo. Essa è necessaria espressione dell’atto più profondo dell’amore personale con cui Dio ci ha creati, suscitando nel cuore umano la spinta verso l’amore, riflesso di Dio che ci rende sua immagine.

La seconda enciclica è la Spe Salvi,  sulla speranza. Essa non ha una dimensione solamente terrena, in quanto Gesù Cristo ci ha condotto all’“incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo”. La speranza cristiana non è in qualcosa ma in Qualcuno. Inoltre essa è la fonte della vera libertà, in contrapposizione con i falsi miti del progresso e della scienza. Quest’ultima, in particolare “non redime l’uomo”, anzi, se male utilizzata, “può anche distruggere l’uomo e il mondo”. Tre sono i luoghi della speranza: la preghiera, in quanto Dio non nega mai il suo ascolto; l’azione  intesa in senso altruistico; la sofferenza che “permette di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore”; il giudizio di Dio, che “revoca” la sofferenza passata.

La terza enciclica, Caritas in Veritate, del 2009, verte sulla Dottrina Sociale della Chiesa. La carità, “è la via maestra” di essa e, dato “il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico”, va coniugata con la verità. Ratzinger si soffermò sul concetto di “bene comune”, un principio sempre più calpestato da fenomeni degenerativi come la finanza speculativa, la cattiva gestione dei flussi migratori, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, i tagli indiscriminati alle spese sociali. Per superare la crisi economica globale e le disuguaglianze sociali è necessario valorizzare il capitale umano. Il primato dell’uomo si sostanzia innanzitutto nel rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale, per cui Benedetto XVI condannò anche le politiche antinataliste. La stessa economia di mercato deve smettere di “contare solo su se stessa” e di essere un “luogo della sopraffazione del forte sul debole”, riscoprendo la logica del dono. La Caritas in veritate  ha approfondito anche l’etica ambientale. Essendo la natura un dono di Dio da usare in modo responsabile, il Papa suggerisce soluzioni di ‘ecologia umana’ che si rifanno ai principi del diritto naturale. Altri principi dell’enciclica sono il principio di sussidiarietà, che, “attraverso l’autonomia dei corpi intermedi”, diventa “l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista”, e lo sviluppo che, per essere tale, “deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale”.

Ricordiamo poi le Esortazioni Apostoliche di Benedetto XVI: la Sacramentum Caritatis, postsinodale, del 2007, sull’Eucarestia; la Verbum Domini, postsinodale anch’essa, del 2010, sulla Parola di Dio nella vita della Chiesa e del credente; la Africae Munus, anche postsinodale, del 2011, sulla Chiesa in Africa; la Ecclesia in Medio Oriente, postsinodale,  del 2012, sulla Chiesa in Medio Oriente.

Tra le centotrentadue promulgate da Benedetto XVI, citiamo la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus del 2009, con cui ha istituito gli Ordinariati per i fedeli della Comunione Anglicana che, mantenendo la loro liturgia, vogliano unirsi a Roma.

Benedetto XVI ha inoltre promulgato alcuni Motu Propri di particolare rilievo: quello per la pubblicazione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, del 2005; il De aliquibus mutationis per il ripristino del quorum dei due terzi per l’elezione papale, nel 2007; quello sotto forma di Lettera Apostolica intitolato Summorum Pontificum, dello stesso anno, per la liberalizzazione del Messale di San Pio V e la trasformazione del Vecchio Rito Latino in Rito straordinario; l’Omnium in mentem del 2009; quello contro le attività illegali in campo finanziario e monetario nello Stato della Città del Vaticano, del 2010; quello sotto forma di Lettera Apostolica, intitolato Porta Fidei, per la promulgazione dell’Anno della Fede, nel 2011; quello sotto forma di Lettera Apostolica intitolato Latina Lingua, del 2012; quello sotto forma di Lettera Apostolica detto Normas Nonnullas, del 2013, sul Conclave che doveva seguire alla sua abdicazione.

Degna di nota è la Lettera ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese del 2007, la Lettera ai vescovi per l’accompagnamento del Summorum Pontificum, del medesimo anno, quella del 2009 per la remissione della scomunica ai quattro vescovi della Fraternità San Pio X, la Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda sconvolti dagli scandali degli abusi sessuali del clero, del 2010.

Vanno poi menzionati gli svariati Messaggi per diversi tipi di giornate mondiali (per le Comunicazioni sociali, per l’ alimentazione, per migrazioni, missionaria, per la pace, del malato, delle vocazioni, della Gioventù).

Degni di nota sono i suoi discorsi. Ovviamente il più celebre è la Declaratio del 2011 con cui abdicava, ma molto noto, perché oggetto di infondate polemiche, fu anche quello della Lectio magistralis di Ratisbona nel 2006, sul rapporto tra fede e ragione. Degni di nota sono senz’altro anche i seguenti testi: il Discorso ai rappresentati delle Chiese non cattoliche e delle confessioni non cristiane, quello all’Incontro Ecumenico di Colonia, quello al Consiglio misto per il dialogo cattolico-ortodosso, tutti del 2005; quello ai partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo, l’Omelia all’Incontro Mondiale delle Famiglie, il Discorso coi rappresentanti della Scienza a Regensburg, quello agli ambasciatori dei Paesi a maggioranza musulmana accreditati presso la Santa Sede e di alcune comunità islamiche in Italia, tutti del 2006; il Discorso alla Casa Bianca, i due Discorsi all’ONU, quello al mondo della Cultura a Parigi, tutti del 2008; l’Omelia a conclusione dell’Anno Sacerdotale, nel 2010; il Discorso al Reichstag, quello ai rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica Unita di Germania, quello dell’Incontro coi rappresentanti delle Chiese Ortodosse e Orientali, tutti del 2011; l’ultimo Discorso ai Sacerdoti romani, quello all’ultima Udienza generale, il Saluto di congedo ai Cardinali, tutti del 2013. In genere vanno ricordati i contesti dei discorsi, delle allocuzioni, delle omelie. Per esempio il Papa indisse alcuni anni commemorativi, per la Fede, per San Paolo e per il Sacerdozio (2008-2009, 2009-2010, 2012-2013), che furono importanti occasioni per l’esercizio del suo magistero. Il Pontefice ha poi celebrato cinque Concistori e creato novanta Cardinali. Il Papa ha poi decretato quarantaquattro canonizzazioni e ottocentosettanta beatificazioni (che però non ha celebrato personalmente). Inoltre, anche Benedetto XVI continuò la prassi del viaggio apostolico, punteggiato da discorsi e allocuzioni importanti. E’ stato tre volte in Germania e Spagna, una volta in Polonia, in Turchia, in Austria, in Francia, in Repubblica Ceca, a Malta, in Portogallo, a Cipro, nel Regno Unito, in Croazia e a San Marino. Fuori d’Europa si è recato una volta in Brasile, negli Stati Uniti d’America, in Australia, in Messico e a Cuba, in Camerun, in Angola, in Benin, in Terra Santa, in Giordania e in Libano.

In Italia ha visitato, in ordine di tempo, Bari, Manoppello, Verona, Vigevano, Pavia, Assisi e Loreto (entrambe due volte), Savona, Genova, Santa Maria di Leuca, Brindisi, Cagliari, Albano, Pompei, L’Aquila, Cassino, San Giovanni Rotondo, Aosta, Viterbo, Bagnoregio, Brescia, Torino, Sulmona, Carpineto, Palermo, Venezia, Aquileia, Ancona, Lamezia Terme, Serra San Bruno, Arezzo, La Verna, Sansepolcro, Milano, San Marino di Carpi, Rovereto di Novi, Nemi, Frascati. Ha compiuto inoltre trentasei visite pastorali in Roma, esercitando il ministero episcopale. Ulteriormente degni di specificazione sono le celebrazioni delle Giornate Mondiali della Gioventù fatte da Benedetto XVI, a Colonia, Sydney e Madrid, e degli Incontri Mondiali delle Famiglie a Valencia, Città del Messico e Milano. Tali trasferte, senza accrescere ulteriormente il numero dei viaggi elencati, sono state senz’altro occasioni speciali per il magistero papale discorsivo.

Vanno inoltre citati alcuni documenti emanati in suo nome da alcuni dicasteri della Curia Romana. Sono l’Istruzione Sanctorum Mater (2007) della Congregazione per le Cause dei Santi; la Lettera ai vescovi sulle modifiche introdotte nelle Normae de gravioribus delictis (2010), quella per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare le linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte dei chierici (2011), tutte della Congregazione per la Dottrina della Fede; la Legge CVII e la Legge CLXVI della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, del 2010.

I grandi temi del magistero di Benedetto XVI si possono facilmente individuare. L’attuazione del Concilio Vaticano in piena continuità con la Tradizione della Chiesa, la valorizzazione della centralità dell’Eucarestia, la vocazione apostolica della Chiesa, l’unità dei cristiani e il dialogo interreligioso, specie con Ebrei e musulmani, e coi non credenti, la riforma della Curia Romana e dei costumi del clero, il tutto inquadrato nella visione generale di Chiesa propria del Papa sin da quando era docente universitario.

Nel suo insegnamento la tematizzazione della fede è essenziale: essenziale, pura, intima e vissuta dentro e fuori, basata sull’incontro amoroso con Dio. Analogamente, Benedetto tematizza la speranza, collocata nella sua corretta dimensione escatologica. In questo contesto si colloca la ripresentazione della figura di Gesù nella sua trilogia libraria che lo riguarda e pubblicata, sia pure come persona privata, durante il Papato, e della quale abbiamo parlato a proposito delle sue opere teologiche. In genere Ratzinger cerca di mantenere viva e integra la fede, di mettere in luce la priorità di Dio, di ravvivare oasi di preghiera e ascetismo nel tumultuoso mondo moderno presso cui trovare conforto e refrigerio mediante un distacco anche solo temporaneo dal caos della vita. Nell’ottica della vivificazione della fede vanno letti gli anni tematici su Paolo, la fede stessa e il Sacerdozio, Inoltre il Papa ha tentato di cristologizzare tutta la Scrittura nel suo magistero dedicato ad essa dopo il Sinodo specifico, così da far capo alla Parola incarnata attraverso ogni parola di Dio scritta. Accanto a ciò, Benedetto XVI considera valide le forme di vita religiosa condivise in modo intenso, come le Giornate Mondiali della Gioventù. Un posto speciale ha nel magistero benedettino il rapporto tra teologia e magistero. La prima è possibile solo nella sottomissione al secondo, espresso soprattutto dall’autorità del Papa. Ciò non distrugge la scientificità della teologia e manifesta la fede dei teologi.  Benedetto ha inoltre energicamente sostenuto una ermeneutica della continuità del Concilio Vaticano II, definendola più appropriatamente ermeneutica della riforma, che conserva l’essenziale e modifica il contingente.

Nel vasto campo della liturgia Ratzinger ha conservato la sua impostazione di teologo, privilegiando una innovazione restauratrice, basata sull’enunciazione di principi base chiari e solidi e sull’indicazione della soluzione dei problemi concreti, in ordine alla parola e al silenzio nella liturgia, alla musica e al canto sacro, ai gesti, agli abiti e ai simboli liturgici, all’architettura sacra, alla traduzione corretta in volgare dei libri liturgici e all’uso del latino, sino alla formazione liturgica nei Sacramenti. Proprio per questo ha promosso la rinascita degli studi della lingua latina. Inoltre, liberalizzando il Messale di Pio V, Benedetto non solo ha voluto venire incontro alle istanze dei “nostalgici” per favorire il rientro della Fraternità San Pio X nella Chiesa, ma anche dare a questa un esempio di liturgia armonica e foriera di coinvolgimento interiore. Il Papa ha voluto combattere gli abusi liturgici e stigmatizzare frammentazione e riduzionismo in tale campo. Ma non è stato insensibile al richiamo della novità, purchè sgorgante da una istanza precisa, collegata ad una spiritualità. Per questo ha approvato e incoraggiato la liturgia dei Neocatecumenali. In ordine poi alle canonizzazioni e alle beatificazioni, Ratzinger ha enunciato il criterio della necessità di privilegiare quelle di uomini di Dio che parlano a tutta la Chiesa. Il Papa ha in effetti molto chiaro che i Santi sono gli amici dei fedeli e il loro ruolo è insostituibile nella vita spirituale.

In relazione alla vita religiosa, il Papa ha sostenuto gli Istituti tradizionali di vita consacrata ma anche i nuovi Movimenti ecclesiali e ha aiutato i Legionari di Cristo, che hanno attraversato gravi momenti.

A tale proposito, non si può passare sotto silenzio lo zelo enorme, coraggioso ed encomiabile dispiegato da Ratzinger nella moralizzazione del clero, condizione fondamentale perché la Chiesa sia gradita a Dio e svolga bene la sua missione. Egli ha provveduto alla secolarizzazione di quattrocento sacerdoti, alla rimozione di settantasette vescovi e all’emanazione di diverse altre centinaia di sanzioni minori per chierici colpevoli di svariati crimini. Grazie al Papa, la maggior parte delle Chiese del mondo si è data una normativa atta a combattere gli abusi del clero. Ovviamente questo gli ha procurato tantissimi nemici. Lo scopo del Papa non era solo che la Chiesa rispettasse le leggi dell’uomo, ma che seguisse quelle di Dio, ossia che i sacerdoti fossero casti, e non solo immuni dal vizio della violenza sessuale, come Egli comanda.

Papa missionario che ha ribadito la necessità dell’evangelizzazione, perché solo la Chiesa salva e la conversione, nonostante la libertà di coscienza, è necessaria, Ratzinger è stato anche uomo dell’ecumenismo. Ha cercato di ricondurre alla Chiesa i tradizionalisti, ne ha aperto le porte anche a singoli gruppi che, dall’Anglicanesimo e da altre comunità protestanti, volessero tornare in comunione con Roma e ha ripreso i contatti con la Chiesa Ortodossa nella Commissione mista, che aveva interrotto i lavori nel 2000 per le questioni relative alle Chiese unite a Roma ma di rito greco. Benedetto ha chiaramente insegnato che l’ecumenismo deve concretizzarsi e non rimanere nell’ambito delle dichiarazioni o dei gesti simbolici.

Per quanto concerne il dialogo con la cultura del mondo contemporaneo, Ratzinger ha sentito la necessità di mettere in evidenza che la Chiesa ha qualcosa di determinante da dire sulla questione antropologica. Si tratta di cose relative ai diritti dell’uomo, alla bioetica, alla libertà religiosa, alla promozione della pace tra i popoli e al dialogo interreligioso. Perché la Chiesa possa dire questa parola, è necessario il superamento di quella dittatura del relativismo che impedisce la piena espressione del messaggio cristiano. La laicità sana non è quella che secolarizza la società ma è quella in cui la religione può avere il suo posto e dove i valori rettamente intesi sono desunti dalla mediazione della Chiesa, che si fa così garante della presenza di Dio nella convivenza umana, la quale, privata della sua presenza, sarebbe desolata e senza speranza. Ovviamente, i principi etici non si mettono ai voti e la matrice culturale dominante, quella illuminista estrema, è da combattere sul suo stesso terreno raziocinante. Ma sarebbe anche sbagliato affermare che la Chiesa e la modernità non abbiano nulla da dirsi, perché vi sono diversi modelli di quest’ultima, con cui la religione si è relazionata positivamente. In ogni caso, i diritti dell’uomo si fondano sulla dignità metafisica della persona umana, la quale a sua volta riceve quel che ha da Dio. La Chiesa è dunque, come dicevamo, la vera determinatrice dei diritti dell’uomo. Laddove i veri diritti siano conculcati da false leggi che ne mistifichino alcuni, è doverosa l’obiezione di coscienza.

In questo perimetro, il dialogo interreligioso, concepito come confronto culturale e non soteriologico, costituisce la premessa di una pacifica convivenza. Se la consapevolezza delle radici giudaico-cristiane dell’Europa è la base dell’identità del continente e delle relazioni tra Chiesa e Sinagoga, il dialogo con l’Islam è l’antidoto al fondamentalismo. In tale maniera la consapevolezza della propria natura che la Chiesa e l’Occidente devono avere non costituisce una preclusione ma una apertura alle alterità nel quadro di valori condivisi dall’uso di ragione.

Alla luce di ciò si comprendono anche gli interventi di Benedetto XVI sulla Curia Romana, alla quale non ha imposto una riforma complessiva, ritenendola non necessaria. Il Papa, oltre a trasferire competenze da un dicastero all’altro, ha fondato il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha costituito una Commissione Cardinalizia di inchiesta sullo Scandalo del Vatileaks, ha intrapreso una serie di iniziative per garantire la trasparenza finanziaria dell’Istituto Opere di Religione, assoggettandolo tra le altre cose all’Autorità di Informazione Finanziaria e facendogli guadagnare posizioni nella White List degli Stati stilata da Moneyval. Questo percorso riformatore interno alla Curia, come quello interno alla Chiesa, è stato indegnamente ostacolato dentro e fuori di essa, ma non perde ad oggi la sua forte valenza etica né le buone conseguenze che ha generato.

© Gianvito Sibilio, 2023

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di Vito Sibilio Storico della Chiesa e medievista
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Docente di storia e filosofia, medievista, storico della chiesa, membro dei comitati direttivo ed editoriale di “Christianitas” - Rivista di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo.

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