Giornata in memoria dei Giusti dell’umanità: per non dimenticare il ricordo del bene

Il 6 marzo si celebra la "Giornata dei Giusti dell’umanità", dedicata a mantenere viva e rinnovare la memoria di quanti, in ogni tempo e in ogni luogo, hanno fatto del bene salvando vite umane, si sono battuti in favore dei diritti umani durante i genocidi e hanno difeso la dignità della persona rifiutando di piegarsi ai totalitarismi e alle discriminazioni tra esseri umani.

di Carlo Felice Casula - Professore emerito di Storia Contemporanea 372 Visualizzazioni
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Si celebra oggi la “Giornata europea dei giusti”, istituita con la Dichiarazione del Parlamento europeo del 10 maggio 2012, fatta propria, come solennità civile, dal Parlamento italiano con la legge 212 del 20 dicembre 2017, che, all’articolo 1, recita: “La Repubblica, in  conformità alla  dichiarazione  scritta  n. 3/2012 sul  sostegno  all’istituzione di una Giornata europea in memoria dei Giusti, approvata dal Parlamento  europeo il 10  maggio 2012, riconosce il 6 marzo come Giornata dei Giusti dell’umanità, dedicata a mantenere viva e rinnovare la memoria di quanti, in ogni tempo e in ogni luogo, hanno fatto del bene salvando vite umane, si sono battuti in favore dei diritti umani durante i genocidi e hanno difeso la dignità della persona rifiutando di piegarsi ai totalitarismi e alle discriminazioni tra esseri umani”.

La legge individua nelle istituzioni scolastiche i soggetti privilegiati per far conoscere alle giovani generazioni le storie di vita dei Giusti, al fine di renderle consapevoli di come ogni persona debba ritenersi chiamata in causa, in ogni tempo e in ogni luogo, contro l’ingiustizia, a favore della dignità di ogni essere umano, in difesa del valore della responsabilità, della tolleranza, della solidarietà.

La ricorrenza di quest’anno è particolarmente significativa perché nel 2023 cade il 70° della fondazione del Memoriale della Shoah Yad Vashem di Gerusalemme, nato in Israele nel 1953 per mantenere solenne e perpetua memoria dei 6 milioni di ebrei sterminati durante la Shoah e, nel contempo, nell’annesso Giardino dei giusti, anche degli uomini e delle donne “gentili”, che con sacrifici personali e, spesso a rischio della propria vita, senza alcun tornaconto personale hanno salvato almeno un ebreo. Questo in quegli anni tragici nei quali nei paesi europei occupati dalla Germania nazista o con essa alleati, in tanti sono i volenterosi collaboratori e/o indifferenti spettatori dei carnefici della terrificante macchina tedesca della deportazione e dello sterminio.

Girolamo e Bianca Sotgiu

Cito solo un caso di Giusti tra le nazioni, per averli personalmente conosciuti e frequentati, Girolamo Sotgiu e Bianca Ripepi. Nel 1939, sardo lui e calabrese lei, erano emigrati a Rodi, allora possedimento italiano dalla Guerra Italo-turca del 1911-13. Insegnano entrambi, Bianca in una scuola elementare e Girolamo in un liceo. A Rodi dalla notte dei tempi è presente una forte comunità ebraica, poi rafforzata dall’arrivo degli ebrei espulsi dalla Spagna, chiamati sefarditi, alla fine del XV secolo, che trovarono rifugio nei territori dell’Impero Ottomano, di cui l’isola greca faceva parte. Girolamo, per le sue idee antifasciste, è arrestato e sospeso dall’insegnamento. il padre era stato sindaco socialista di Olbia e il figlio per sfuggire alle vessazioni dei fascisti locali aveva studiato a Roma, frequentando un gruppo di giovani destinato a segnare la vita politica e culturale della capitale: Mario AlicataPietro Ingrao, Antonio Amendola, Renato GuttusoGiuliano Briganti, Paolo Manacorda e Domenico PurificatoÈ accusato, tra l’altro di avere solidarizzato con i Greci e di essere contrario alla loro “italianizzazione”. Per contribuire al magro bilancio familiare s svolge lezioni private a ragazzi ebrei espulsi dalla scuola. Nel 1944, quando Rodi è occupata militarmente dai Tedeschi e iniziano i rastrellamenti per la deportazione degli Ebrei, Girolamo e Sotgiu sono sempre più coinvolti in iniziative in loro aiuto. Riescono a salvare una bambina di otto anni, Lina Kantor Amato, falsificando un documento e facendola passare per loro figlia. Poi, dopo qualche mese, i genitori, sfuggiti alla deportazione, tornarono a Rodi, ripresero la bambina e riuscirono a scappare in Sudafrica.

I coniugi Sotgiu, divenuti nel dopoguerra, lui parlamentare del Partito comunista e anche apprezzato storico, nonché preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari, lei insegnante, collaboratrice della RAI e dirigente dell’Unione donne italiane, con grande riservatezza e pudore non hanno mai fatto vanto dei sacrifici e dei rischi affrontati in questa vicenda.

Il riconoscimento del titolo di Giusti tra le nazioni per entrambi è avvenuto dopo la loro scomparsa, nel 2015. A farsi carico della complessa pratica e della rigorosa documentazione necessaria, è stata proprio la bambina, ormai donna anziana, che rivive la storia della propria avventurosa salvezza leggendo il libro autobiografico, Da Rodi a Tavolara. Per una piccola bandiera rossa, pubblicato per le edizioni A&D, da Bianca Ripepi nel 2002, solo dopo la morte del marito, sepolto nel piccolo cimitero della selvaggia isola di Tavolara.

Tornando al tema della Giornata europea dei giusti, occorre ricordare che il Parlamento Europeo nel 2012 aveva raccolto un appello pubblico lanciato nel nostro paese, che era stato promosso Marek Halter, scrittore e attivista per i diritti umani, Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia e da Gabriele Nissim, storico, presidente della fondazione GARIWO, acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide. La GARIWO è una onlus con sede a Milano, con solide collaborazioni internazionali e molteplici attività formative, ispirate dall’idea che la memoria del Bene sia un potente strumento educativo e serva a prevenire genocidi e crimini contro l’Umanità. Tra i firmatari dell’appello era state anche personalità come Umberto Eco, Ferruccio De Bortoli, Giancarlo Caselli.

Gabriele Nissim ha pubblicato con l’editore Mondadori il libro, Il tribunale del bene. La storia di Moshe Bejski, l’uomo che creò il giardino dei giusti. Nel Giardino dei Giusti ogni albero piantato ricorda un uomo che durante la Shoah ha salvato almeno un ebreo dalla persecuzione nazista.

Moshe Bejski, nato nel 1920 in un villaggio vicino a Cracovia, fervente sionista, per ragioni di salute non realizzò il sogno di partire per la Palestina. A seguito dell’occupazione tedesca e dell’avvio della “soluzione finale” per gli Ebrei d’Europa, nel 1942 Moshe e i fratelli furono deportati in un campo di concentramento di Plaszow, alla periferia di Cracovia, così come quello più noto di Auschwitz. L’intera comunità ebraica della città, di ben 60 mila unità subì la stessa sorte. Prima di essere liberato, nel maggio del 1945, dai soldati dell’Armata Rossa, Moshe Bejski fa personale esperienza sia dell’ostilità e diffidenza dei suoi vicini ed amici polacchi presso i quali aveva sperato di trovare rifugio durante un suo tentativo di fuga dal lager, sia della protezione di Oskar Schindler – il protagonista del bellissimo film premio Oscar, Schindler List, di Steven Spielberg. Emigrato finalmente in Israele, si laurea in Legge e, come altri “salvati” di fronte all’ecatombe dei “sommersi”, soprattutto della Polonia, rimane silente per anni, tanto che pochi erano al corrente del suo essere sopravvissuto alla Shoah.

Moshe Bejski

Solo nel 1961, al processo pubblico contro Adolf Eichman, a seguito del quale Hannah Arendt elaborò la stimolante categoria interpretativa della “banalità del male”, rese una testimonianza puntuale e commovente delle condizioni del campo di concentramento di Plaszov. Testimone autentico, come Primo Levi, perché come superstite, ha vissuto e attraversato la terribile storia narrata.

Divenuto giudice della Corte Suprema d’Israele, è nominato anche presidente della Commissione dei Giusti presso il Memoriale di Yad Vashem, succedendo a Moshe Landau, il giudice di Eichman. A differenza di questi, Bejski propone che i Giusti tra le nazioni non siano necessariamente eroi puri e irraggiungibili: neppure Oskar Schindler, alla cui morte pronuncia un discorso commosso, lo era stato. Per entrambi il fondamento è costituito dalla tradizione talmudica dei 36 giusti, che non si conoscono tra di loro e vivono in paesi diversi che in ogni generazione consentono al mondo di sopravvivere. Di qui l’espressione talmudica, “chiunque salva una vita salva il mondo intero”.

Per la Giornata europea in memoria dei Giusti è stata scelta la data del 6 marzo proprio perché in quel giorno, nel 2007, è scomparso Moshe Bjeski.

Con essa, come recita un passaggio della Dichiarazione del 2012 del Parlamento europeo, Giusti da onorare sono anche tutte le “persone che hanno salvato vite umane nel corso di tutti i genocidi e omicidi di massa, come ad esempio quelli di cui sono stati vittime armeni, bosniaci, cambogiani e ruandesi, e degli altri crimini contro l’umanità commessi nel ventesimo e ventunesimo secolo”.

Da onorare e anche proporre come esempio e come modello perché come recita un altro passaggio della dichiarazione, il ricordo del bene è fondamentale nel processo dell’integrazione europea, perché insegna alle generazioni più giovani che chiunque può decidere di aiutare gli altri esseri umani e di difendere la dignità umana, e che le istituzioni pubbliche hanno il dovere di rimarcare l’esempio rappresentato dalle persone che sono riuscite a proteggere coloro che hanno subito persecuzioni fondate sull’odio”.

© Carlo Felice Casula, 2023

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di Carlo Felice Casula Professore emerito di Storia Contemporanea
Carlo Felice Casula è nato a Ollolai (Nuoro) il 28 agosto 1947 e dal 2018 è professore emerito di storia contemporanea all’Università degli studi Roma Tre. Nel 1989 da ricercatore ha vinto il concorso nazionale per professore ordinario e, per dodici anni, ha insegnato storia contemporanea, storia moderna e storia della pubblica amministrazione e governo locale nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Cagliari, dirigendo l’Istituto politico internazionale. Richiamato dall’Università Roma Tre ha insegnato storia contemporanea, storia sociale, storia del lavoro e storia della pace, presiedendo il corso di laurea e dirigendo il Master internazionale in scienze della cultura e della religione. Dal 2003 al 2010 ha insegnato anche storia delle relazioni internazionali e Pace e guerra nel mondo contemporaneo presso la Link Campus University of Malta in Rome, svolgendo le funzioni di Programme Leader del BA, MA in International Studies. È stato anche membro dell’Unesco History Project; e dell’ILO Century Project. Nel 2018 è stato nominato professore emerito di storia contemporanea e continua a insegnare storia del lavoro. Dirige la collana “Insegnare il Novecento” della Casa editrice Anicia. La sua produzione scientifica ha riguardato la storia sociale, politica, culturale e religiosa dell’Ottocento e del Novecento. Conta oltre 250 monografie e saggi pubblicati con tutte le maggiori case editrici e in riviste prestigiose, senza tenere conto degli articoli pubblicati sui quotidiani cui ha collaborato (L’Unità, Paese Sera, L’Unione sarda, L’Osservatore Romano). Diversi saggi sono stati tradotti in lingua francese, spagnola, portoghese, inglese. È il caso del libro curato assieme a Giovanni Maria Vian: Agostino Casaroli, Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti 1963-89 (Einaudi 2000). Tra le sue pubblicazioni, Da credenti nella sinistra. Storia dei Cristiano Sociali 1993-2017 (Il Mulino 2019); Salvatore Setta, Lettere a Piero Calamandrei 1939-1956 (Il Mulino 2000). Al cardinale Tardini ha dedicato un’ampia e fortunata monografia, Domenico Tardini (1888-1961). L’azione della Santa Sede nella crisi fra le due guerre (Studium 1988). Ha collaborato a diversi programmi culturali della RAI e alla realizzazione di film documentari e fiction: Roma occupata; Le Passioni dell’accademia; Il 1948 in Italia; Quel giorno di aprile; Tormenti di Furio Scarpelli; Il generale dei briganti.

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