DIRITTO, MORALE E CASTIGO. LE ACCUSE DI GENOCIDIO A ISRAELE

Sia chiaro, il governo israeliano ha le sue colpe e ne ha molte. E parte di queste colpe si stanno trasformando in crimini di guerra. Ma com’è stato detto da Pnina Shervit Baruch, un’analista della sicurezza nazionale intervistata l’altro ieri dal “Wall Street Journal” «Per Israele è oltraggiosa la sola idea di essere accusato di genocidio sulla base di una Convenzione […] derivata da ciò che è stato fatto agli ebrei».

di Matteo Luigi Napolitano - Professore di Storia della Diplomazia e delle Relazioni internazionali 229 Visualizzazioni
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Il Sudafrica ha adìto la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite per accertare se lo Stato d’Israele abbia violato la Convenzione contro il Genocidio del 9 dicembre 1948. Il rappresentante sudafricano ha precisato che il suo Paese condanna senza mezzi termini la strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre scorso contro innocenti civili israeliani. Ma ciò, ha aggiunto il delegato di Pretoria, non poteva in alcun modo giustificare la violazione della Convenzione sul Genocidio, che secondo il Sudafrica Israele avrebbe commesso con le operazioni a Gaza.

Il Sudafrica, quindi, ha fatto ricorso all’Alta Corte partendo dalla certezza (indipendentemente dal verdetto finale) che Israele ha compiuto atti di genocidio miranti alla distruzione «di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese».

La basi giuridiche del ricorso del Sudafrica sono varie: si va dal testo della Convenzione sul genocidio ai pronunciamenti della Corte dell’ONU e delle altre Corti (in particolare dei due Tribunali penali sul Ruanda e sulla ex Jugoslavia).

Nelle ottantaquattro pagine della mozione sudafricana all’Alta Corte, tuttavia, non è questo che colpisce, quanto il richiamo al capitolo nono del volume del 1944 “Axis Rule in Occupied Europe” (“Il dominio dell’Asse nell’Europa occupata”) di Raphael Lemkin, il padre della Convenzione contro il genocidio del 1948.

Questo libro è un’ampia riflessione di Lemkin sulle pratiche genocide naziste volte allo sterminio di tutti gli ebrei europei, in vista della creazione di un “nuovo ordine” guidato dalla Germania hitleriana. Ora, nel capitolo nono citato dal delegato sudafricano nella sua mozione contro Israele, Lemkin definisce il genocidio come «la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico» (pag. 79), dettagliando poco oltre il genocidio come: a) sradicamento e annientamento di gruppi nazionali ed etnici; b) disintegrazione di istituzioni politiche e sociali, di cultura, lingua, sentimento nazionale, religione e libertà; c) «genocidio diretto contro il gruppo nazionale come entità, [quando] le azioni ricomprese sono dirette contro individui, non nella loro capacità nazionale»; d) negazione della Dottrina Rousseau-Portalis per cui la guerra non va mai diretta con contro soggetti privati e civili, ma unicamente contro sovrani ed eserciti.

Quello che il Sudafrica vuol dire richiamandosi al capitolo nono del libro di Lemkin è molto chiaro: Israele sta imponendo a Gaza un “nuovo ordine” identico a quello che Hitler voleva imporre all’Europa. Come Hitler riteneva di poter realizzare la “germanizzazione” dell’Europa attraverso elementi culturali e biologici imposti con la violenza, così Israele sta teorizzando un’«israelizzazione» della Palestina con metodi non differenti da quelli di Hitler e di Alfred Rosenberg. «Germanizzazione» e «israelizzazione» sono dunque due fenomeni identici. È logica e corretta una tale impostazione teorica da parte del Sudafrica?

Da notare che, nel suo memoriale contro Israele, il Sudafrica parla di un “apartheid” praticato da Israele in Palestina per 75 anni, senza soluzione di continuità; incluso il blocco di Gaza durato sedici anni. Se abbiamo ben compreso, questa pratica non si è interrotta neppure con la grande svolta di Rabin, costata la vita al premier israeliano. Ora, seguendo una tale logica, si potrebbe del pari dire che il Sudafrica attuale non ha soluzione di continuità con quello dell’apartheid pre-1990. Pertanto il Sudafrica non avrebbe la statura morale per adire una Corte internazionale per giudicare un crimine di cui esso stesso si è macchiato in passato. È logico tutto ciò?

Perché il Sudafrica si sta comportando in questo modo? Irit Back, capo del Dipartimento Studi Africani dell’Università di Tel Aviv, ha fornito alcune spiegazioni (cfr. “Haaretz, 15 gennaio 2024).

Se la linea di Nelson Mandela era inequivocabilmente filosemita, non così la sua linea verso Israele, paese che in effetti era stato l’ultima democrazia a denunciare l’apartheid nel 1987 e ad accettare conseguenti sanzioni al Sudafrica.

Partendo da queste premesse, l’African National Congress (ANC), il partito di Mandela, è andato via via presentandosi come il paladino di tutte le lotte di liberazione nel mondo, e anche della causa dei palestinesi. È dunque facile dedurre che i rapporti tra Pretoria e Tel Aviv si siano deteriorati già prima del 7 ottobre.

C’è poi un altro elemento. L’ANC non gode all’interno di molta stima. Gli piovono addosso critiche di inefficienza e di corruzione da parte dei cittadini sudafricani, e quest’anno in Sudafrica ci saranno le elezioni. Quale occasione migliore della ricerca di un “successo diplomatico esterno” per ridare smalto al Governo di Pretoria?

Come poi giustamente osserva Back, il Sudafrica è membro dei BRICS e vuole mantenere la sua influenza nel mondo africano ora che i BRICS stanno evolvendo in una dimensione anti-coloniale e anti-occidentale. Di fatto, il governo di Pretoria, nei suoi paramenti anti-imperialisti, si è avvicinato a Paesi come la Russia (membro dei BRICS) e l’Iran.

In generale, questa “svolta” di Pretoria include l’avvicinamento a Paesi africani in cui regimi antidemocratici si sono affermati con una serie di colpi di stato e in violazione dei più elementari diritti umani.

Fra l’altro, “compagni di strada” del Sudafrica all’Aia sono i Paesi membri del Consiglio di Cooperazione Islamica, l’organizzazione internazionale che nell’agosto del 1990 varò la Carta del Cairo sui diritti dell’uomo nell’Islam, voluta come alternativa alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, troppo “occidentale”. Una Carta, questa del 1990, per cui i diritti dell’uomo sono validi e vanno tutelati solo e soltanto se non contrastano con la Sharìa.

Esempio lampante di questo atteggiamento è l’appoggio dato dal Sudafrica al Governo etiopico nella guerra contro i ribelli del Tigrai: guerra che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di civili, lo sradicamento di milioni di persone e la scomparsa per fame di tanti civili innocenti.

Va anche detto che, per tutte le oltre ottanta pagine del suo memoriale, le argomentazioni del governo sudafricano sono storicamente e giuridicamente approssimative e non coerenti con lo scopo che si vuol conseguire (far dichiarare Israele genocida). Le “prove” addotte a sostegno della tesi sudafricana sono molto spesso dichiarazioni ed esternazioni di responsabili del governo da cui quasi sempre l’opinione pubblica israeliana in maggioranza ha preso le distanze. Per fare un solo esempio, il Sudafrica si è servito addirittura dell’esternazione di un ministro circa la possibilità di una bomba atomica su Gaza; e non ha prestato la benché minima attenzione agli ettari di carta su cui è scritto e sottoscritto il disappunto della società israeliana per simili affermazioni.

Sia chiaro, il governo israeliano ha le sue colpe e ne ha molte. E parte di queste colpe si stanno trasformando in crimini di guerra. Ma chi legge quotidianamente i giornali israeliani (e io sono fra questi) sa bene quante critiche da ben più di cento giorni stiano piovendo su questo governo, sia da destra che da sinistra, e in generale da tutta la società israeliana (cfr. Haaretz, 15 gennaio 2024, p. 5; “The Jerusalem Post”, 15 gennaio 2024, p. 9).

Cosa molto strana: All’Aia in questo momento Israele è difeso dall’ex Presidente della Suprema Corte di Giustizia israeliana, quell’Aharon Barak che fino a ieri Netanyahu vedeva come fumo negli occhi perché primo oppositore della sua riforma giudiziaria. Barak ha svolto le sue controdeduzioni contro il Sudafrica partendo da un’affermazione: in Israele la magistratura è libera e in grado di sottoporre alla sua giurisdizione crimini che fossero commessi da soldati israeliani.

In altre parole, Netanyahu ha allestito la sua difesa grazie a quell’indipendenza che egli stesso voleva negare ai giudici israeliani, attraverso la sua riforma della giustizia, poi fallita. Se quella riforma fosse invece riuscita, Barak non sarebbe in questo momento all’Aia.

Distorcere la verità per ragioni politiche è grave. Distorcere la verità su presunte basi giuridiche, come sta facendo adesso il Sudafrica, è assai peggio. Com’è stato detto da Pnina Shervit Baruch, un’analista della sicurezza nazionale intervistata l’altro ieri dal “Wall Street Journal” (A/6), «Per Israele è oltraggiosa la sola idea di essere accusato di genocidio sulla base di una Convenzione […] derivata da ciò che è stato fatto agli ebrei».

È chiaro che il Governo israeliano non sfuggirà alle sue responsabilità, quando verranno accertate in ogni sede. Ma illeciti, delitti e crimini internazionali sono, sotto il profilo giuridico ancor prima che logico, cosa assai diversa dalla perpetrazione di un genocidio. Che si configura attraverso prassi, dinamiche ed eventi che Lemkin con precisione nel suo libro del 1944. Argomenti che invece ora vediamo affastellati e “copincollati” alla rinfusa da improvvisati e occasionali accusatori.

© Matteo Luigi Napolitano, 2023

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di Matteo Luigi Napolitano Professore di Storia della Diplomazia e delle Relazioni internazionali
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Nato a San Severo (FG) Il 3 marzo 1962, romano di adozione. Professore Associato di Storia della Diplomazia e delle Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi del Molise. Delegato per le Relazioni Internazionali ed ERASMUS PLUS del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi del Molise. Consulente parlamentare. Delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l'International Commitee for the History of the Second World War, The Hague. PARTECIPAZIONE A COMITATI SCIENTIFICI Membro del Comitato di referaggio della “Nuova Rivista Storica” (2017 a oggi) Membro del Comitato scientifico della collana storica delle “Edizioni dell’Orso” Membro del Comitato scientifico della Rivista “Res Publica” della LUMSA Delegato internazionale del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l’International Committee for the History of the Second World War Membro del CIMA (Machiavelli Inter-University Centre for Studies on the Cold War) di Firenze, dir. Ennio Di Nolfo, Leopoldo Nuti Membro del Collegio di Dottorato del Ricerca in Innovazione e Gestione delle Risorse Pubbliche, Università degli Studi del Molise (2006 ad oggi) Membri del Comitato Scientifico del Dictionnaire de la Diplomatie du Saint-Siège, Paris CNRF-Université de Paris IV-“Sorbonne”.

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