Storia d'ItaliaBreve storia della Conciliazione Stato-Chiesa nel novantesimo anniversario

Nel novantesimo anniversario della Conciliazione tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica una sintesi ragionata della storia degli eventi che portarono alla firma dei Patti Lateranensi. Una chiave di lettura di questo punto di svolta della storia italo-vaticana.
Avatar Vito Sibiliolunedì, 11 Marzo 2019 ore 14:09:189398 min

Nel novantesimo anniversario della Conciliazione tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica sono più che mai attuali le considerazioni positive che, nel corso delle decadi, hanno accompagnato, da parte dei commentatori stranieri, questo regime di coesistenza. Esso ha coniugato tre diverse esigenze: la laicità dello Stato, l’indipendenza della Santa Sede e la regolamentazione dei rapporti tra la Comunità politica e la Chiesa Cattolica. Tale regolamentazione ha dato prova di sé attraversando epoche diverse segnate da difficoltà diverse per l’una e l’altra parte, senza che mai venisse meno il principio di fondo di due indipendenze capaci di interagire e collaborare all’occorrenza. Essa ha costituito un limite per il Fascismo nei confronti della Chiesa, ma anche di questa nei confronti dello Stato repubblicano nei lunghi decenni di egemonia democristiana. Inoltre la regolamentazione concordataria ha garantito una sorta di “equivicinanza” della Chiesa italiana dalle parti politiche in lotta nella cosiddetta Seconda Repubblica e di esse dalla stessa Chiesa.

In quanto segue sintetizzerò la storia degli eventi che portarono ai Patti Lateranensi, per fornire al lettore un mezzo agile e snello di conoscenza di questo punto di svolta della storia italo-vaticana.

LA CADUTA[1]

I soldati del Regno d’Italia organizzati in cinque divisioni militari al comando supremo del generale Raffaele Cadorna.

Il Potere Temporale dei Papi, nato nel 752, era caduto definitivamente il 20 settembre 1870, con una breve campagna militare culminata nell’evento simbolico dell’apertura di una breccia nelle Mura romane a Porta Pia. Ciò che era stato provvisorio per mano del Direttorio, di Napoleone e di Mazzini, divenne irreversibile ad opera dell’esercito piemontese guidato da Raffaele Cadorna, inviato ad invadere Roma e il Lazio dal Governo Lanza-Sella, sotto il regno di Vittorio Emanuele II. Pio IX, dopo una simbolica resistenza del suo esercito di 14.000 volontari provenienti da tutti i continenti, si era rinchiuso in Vaticano all’interno della Città Leonina (dove le truppe regie non misero piede se non quando esplicitamente chiamate dal Segretario di Stato Giacomo Antonelli per sedare alcuni tumulti, alcuni giorni dopo), rifiutando l’atto unilaterale con cui un imbarazzatissimo Governo italiano tentò inutilmente di comporre la frattura apertasi con la Chiesa, ossia la Legge delle Guarentigie del 1871, che imitava analoghe regolamentazioni della Repubblica Romana del 1796 e del 1848. Questa del resto toglieva alla Santa Sede ogni proprietà e lasciava al Papa un numero esiguo di Palazzi – tra cui quello Vaticano –  ed edifici – tra i quali la Basilica di San Pietro – in mero usufrutto. L’immunità era concessa alla sola persona del Pontefice. Nella legge qualsiasi formulazione che supponesse una prosecuzione del potere temporale del Papa era accuratamente evitata e ogni concessione era unilaterale. Il Pontefice non riscosse mai nemmeno l’appannaggio concessogli a titolo di risarcimento dal Regno d’Italia, sebbene la somma fosse cospicua, perché riteneva che il principio della sua sovranità fosse un bene superiore da garantire. Non accettò nemmeno l’omaggio della Tenuta di Castel Porziano che il Re gli offrì. Ma respinse anche il consiglio, proveniente da certi ambienti della Curia e della Corte, di riparare all’estero, sostenuto da San Giovanni Bosco. Il Papa tenne alta la protesta e interessò alla sua causa tutte le Potenze le quali, sebbene di fatto non avessero mosso un dito in suo soccorso perché irritate dalla sua intransigenza in molti campi – e questo a partire dalla cattolicissima Austria-Ungheria – consideravano la Questione Romana appena aperta uno strumento con cui mettere in difficoltà, all’occorrenza, il neonato Stato italiano il quale, ovviamente, non voleva assolutamente interventi stranieri di alcun tipo sulla faccenda ma nemmeno voleva sembrare conculcatore della libertà di coscienza e di religione, che anzi a suo dire sarebbe stata rafforzata dalla fine della commistione tra spirituale e temporale. Del resto la Presa di Roma fu accompagnata da crisi di coscienza abbastanza profonde tra i suoi artefici, specie i militari in campo, mentre la piena del Tevere che la seguì qualche mese dopo fu considerata un castigo divino.

La conquista di Roma chiudeva simbolicamente il Risorgimento e suggellava l’identità laica, liberale e massonica della Nazione legale che era stata proclamata sin dal 1861, con conseguente trasferimento nella Città Eterna della Capitale del nuovo Stato. La domanda che molti patrioti si erano fatta su Roma, specie se di formazione neoguelfa o federalista, ossia se la città fosse più italiana o universale, centro politico o religioso, aveva avuto una discutibile ma inequivocabile risposta. Persino la Reggia fu installata nel Sacro Palazzo Apostolico del Quirinale, debitamente requisito e occupato alla chetichella da un ritroso Vittorio Emanuele II. Era il punto di arrivo di un processo politico e culturale che andava ben oltre la questione territoriale ed investiva l’idea stessa del rapporto tra Stato e Chiesa, tra coscienza e società, tra religione e civiltà, tra ragione e fede. Lo Stato, dapprima sardo e poi italiano, tenendo alta la fiaccola del laicismo illuminista, coonestato dal regalismo di tradizione settecentesca, aveva vibrato per primo i colpi di questo nostrano kulturkampf: nel 1850 era stato abolito il Foro Ecclesiastico dalla Legge Siccardi; nel 1855, da quella Cavour, gli Ordini religiosi, sopprimendo 334 case su 604 di 35 Ordini; nel 1866 era stato soppresso il patrimonio conventuale; nel 1867 la Legge Rattazzi aveva abolito collegiate e cappellanie con relativi benefici. La Presa di Roma era stata l’acme di questa offensiva, ma non l’aveva arrestata. Nel 1873 furono abolite le Facoltà Teologiche nelle Università, mentre nel 1877 la Legge Crispi aboliva le decime al Clero. Nel 1878-79 spariva l’insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole elementari e la figura del direttore spirituale delle secondarie superiori. Nel 1890 ancora Crispi abolì le opere pie religiose inglobandole nelle congregazioni comunali di carità. La Chiesa aveva reagito a questa offensiva, in atto anche in Europa e nelle Americhe, riaffermando con intransigenza la sua visione del mondo. Le numerose encicliche restauratrici dei Papi del XIX secolo culminarono con la Quanta Cura di Pio IX del 1864 e con l’annesso Syllabus Errorum.  Pio poteva contare sullo zelo delle nuove generazioni cattoliche, poi confluite nell’associazionismo laico, ma esse non furono sufficienti a fermare il corso degli eventi i quali, tra le altre cose, già nel 1863, avevano lasciato duemila religiose sul lastrico, cinquanta vescovi in esilio, agli arresti o in carcere e abbattuto duecento conventi in tutto il Paese, oltre a quelli citati. Nessuna meraviglia che, nei due campi in lotta, non prevalsero i moderati, che pure in tanti dalle opposte posizioni cercavano un compromesso in una materia che non era di fede, ossia il Potere Temporale del Papa. In Italia all’epoca la “libera Chiesa in libero Stato” era questa e in effetti per i cattolici non vi era una grande alternativa alla resistenza, fosse anche passiva. Caduta Roma, Pio IX nel 1874 promulgò il Non Expedit, vietando ai cattolici l’elettorato passivo e attivo alle politiche. Il divieto fu ribadito e inasprito nel 1877 come Non Licet. Il Paese fu così consegnato alle oligarchie laico-liberal-massoniche. Per molto tempo i cattolici militanti sarebbero stati schedati, sorvegliati, discriminati e all’occorrenza arrestati.

Pio IX

Molti addebitarono a Pio IX e alla sua chiusura mentale, oltre che alla sua media cultura, la prosecuzione catastrofica della politica che era stata degli zelanti dai tempi di Pio VII. Ma in realtà nemmeno Leone XIII, il grande diplomatico e fine intellettuale che gli subentrò, poté marciare contro la storia. Sebbene egli volesse intendere il Non Expedit come un mezzo di pressione sul Governo italiano, onde modulare l’appoggio cattolico ai fronti conservatori in chiave antisocialista, i margini di manovra del Pontefice frusinate erano esigui. La sua richiesta di piena libertà e sovranità del Papa, fatta il 23 maggio 1887, a cui fece eco un movimento conciliatorista cattolico incentrato sul Padre Tosti e sul vescovo Geremia Bonomelli, fu lasciata cadere da Crispi, il quale affermò che la Legge delle Guarentigie aveva risolto ogni questione tra Stato e Chiesa. Leone allora ritornò alle rivendicazioni di Pio IX su Roma e sugli Stati Pontifici[2], minacciando persino di lasciare Roma per l’Austia, senza che la cosa facesse molta impressione al Governo italiano e suscitasse entusiasmo a Vienna, che solo ufficialmente si disse disponibile ad accoglierlo, mentre privatamente gli consigliò di restare dov’era. Papa Pecci si basò quindi sulle sue sole forze nella sua azione rivendicatrice. Si può dire in un certo senso che una buona parte della sua grande politica fu orientata alla restaurazione dello Stato Pontificio, causa per la quale egli cercò, invano, una sponda nell’Austria, nella Francia, nella Spagna, nella Germania e persino nella Russia e nella Gran Bretagna. Il suo prestigio crebbe enormemente e bilanciò l’anticlericalismo italico, che arrivò a disturbare il corteo notturno per la traslazione della salma di Pio IX a San Lorenzo Fuori le Mura, minacciando di gettare nel Tevere le venerate spoglie, oltre che ad erigere a Roma, sotto il massone Nathan, un monumento a Giordano Bruno tra le bestemmie della folla. Ma il Potere Temporale non rinacque. Il venticinquennio leonino, unito agli otto anni che Pio IX visse da Prigioniero del Vaticano, dimostrò che l’unità d’Italia era irreversibile.

PRELUDIO ALLA CONCILIAZIONE[3]

Dagli inizi del Novecento la fine della generazione risorgimentale aveva di fatto reso secondaria, nella coscienza civile e religiosa della nazione, la Questione Romana. Giovanni Giolitti, col pragmatismo che gli era proprio, poté da un lato essere più conciliante e dall’altro differire all’infinito la soluzione di principio della Questione: l’alleanza sostanziale tra liberali e cattolici, più nelle urne che in Parlamento a causa della sopravvivenza formale del Non Expedit – solo di volta in volta ignorato, con il beneplacito papale, nelle elezioni del 1908 e ancor di più del 1913 col Patto Gentiloni – rendeva il Governo italiano meglio disposto verso i principi morali, spirituali e sociali del Cattolicesimo, ma la formula programmatica che sintetizzava il pensiero dello Statista di Dronero sul rapporto Stato-Chiesa era l’immagine delle due parallele che, non incontrandosi mai, non si conciliano ma nemmeno si scontrano. Espressa il 30 maggio 1904, la nuova dottrina politica italiana mandava in soffitta la formula cavouriana della libera Chiesa in libero Stato, che non era mai stata applicata. In ragione di ciò, sotto Pio X (1903-1914), il cui Papato coincise con i Governi Giolitti, la Conciliazione non fu mai un tema attuale. Il Papa, dedito solo alle questioni religiose, ci mise di suo, sopprimendo per modernismo quegli organismi politici di cui i cattolici italiani si erano dotati negli anni precedenti e radunate nell’Opera dei Congressi.

Benedetto XV

Sotto Benedetto XV (1914-1922), politico di razza e per natura conciliante ed equilibrato, la Questione Romana ebbe uno sviluppo significativo verso una soluzione. Pietro Gasparri, Segretario di Stato, il 28 giugno 1915 dichiarò al Giornale d’Italia che la Santa Sede era disponibile ad un accomodamento[4]. Questo, come lo stesso Cardinale fece sapere alle Potenze tramite i Nunzi Apostolici, era da cercarsi con la trattativa. La Prima Guerra Mondiale, nel corso della quale, a dispetto della Legge delle Guarentigie, i diplomatici accreditati presso la Santa Sede provenienti da Stati in conflitto con l’Italia furono costretti a riparare in Svizzera, fece rimandare l’ipotetica trattativa e l’esclusione del Vaticano dai colloqui di pace, voluta dall’Italia di Vittorio Emanuele Orlando, impedì qualsiasi contatto tra le due sponde del Tevere, anche con la mediazione di Stati terzi, come pure il Papa avrebbe gradito. Durante il conflitto Benedetto XV aveva rifiutato la proposta tedesca di ricostituire lo Stato della Chiesa in Lazio in caso di vittoria degli Imperi Centrali, in cambio di un sostegno papale. La cosa ovviamente accrebbe il prestigio del Papato agli occhi dell’Italia. Benedetto XV aveva inoltre constatato l’inanità dei progetti di chi avrebbe voluto che lui assumesse la sovranità, anche simbolica, di un piccolo Principato da erigersi nelle Isole Baleari o nelle Antille o del già esistente Liechtenstein, onde mettere l’Italia dinanzi al fatto compiuto di avere a Roma un monarca a cui dover riconoscere delle prerogative internazionali che ancora gli negava. Così, nonostante tutto, il 1° giugno 1919 Bonaventura Cerretti, Segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari, e Vittorio Emanuele Orlando, iniziarono a trattare, a margine della Conferenza di pace, su un testo di Conciliazione che, preparato da Gasparri, naufragò per l’opposizione di Vittorio Emanuele III[5]. La bozza prevedeva la revisione della Legge delle Guarentigie, la rinuncia all’internazionalizzazione della Questione Romana, la garanzia compensativa dell’ingresso della Santa Sede nella Società delle Nazioni una volta che la vertenza con l’Italia fosse chiusa, la nascita di uno Stato pontificio sovrano con un territorio. Non vi erano trattate né le relazioni tra Stato e Chiesa in Italia né le pendenze finanziare tra Santa Sede e il nostro Paese[6]. Il veto del Re fece arenare anche la prosecuzione delle trattative sotto i Governi di Francesco Saverio Nitti[7]. Alla Santa Sede non rimase altro che attendere un uomo senza pregiudizi liberalmassonici, come ebbe ad auspicare Gasparri in una intervista del 29 settembre 1921[8]. Prudentemente, il Partito Popolare, nato nel 1919, non si era espresso programmaticamente sulla Questione Romana, mentre Mussolini, nello stesso 1921, fece il salto della quaglia e, modificando le sue asserzioni precedenti, sebbene ateo, si spostò su posizioni concilianti in materia[9].

                                                                                        Pio XI

Fu in questo contesto che Ambrogio Damiano Achille Ratti, Cardinale ed Arcivescovo di Milano da soli sei mesi, fu eletto Papa col nome di Pio XI il 6 febbraio 1922 da un Conclave in cui furono determinanti le motivazioni religiose e non politiche. Il 23 dicembre dello stesso anno il Pontefice, con l’enciclica programmatica Ubi Arcano Dei, ribadì come da tradizione la rivendicazione della Santa Sede al Potere Temporale e la protesta contro l’Italia usurpatrice, rifiutando di riconoscere la Legge delle Guarentigie[10]. Ma la linea politica conciliativa rimase intatta: Ratti non solo confermò Gasparri Segretario di Stato, derogando alla tradizione, ma si impegnò moltissimo nella trattativa, per cui la Conciliazione, da parte vaticana, fu essenzialmente opera sua. Ne seguì infatti i più minuti dettagli e la volle tenacemente, con l’impeto autoritario che lo contraddistingueva e con una sagacia politica insospettata in un ex prefetto dell’Ambrosiana e della Vaticana che era stato diplomatico per pochissimi anni e con poco successo.

Benito Mussolini

Ratti avrebbe trattato con chiunque – come del resto fece in Europa e nel mondo – ma il suo interlocutore non fu uno qualsiasi, bensì Mussolini, diventato Presidente del Consiglio dei Ministri il 30 ottobre 1922. Questi alternò con la Chiesa violenze intimidatorie e leggi di favore, come la rinnovata esposizione del Crocifisso nei luoghi pubblici, la restaurata obbligatorietà dell’insegnamento religioso nelle scuole, l’esonero dal servizio militare per i seminaristi. Il futuro Duce voleva la pace con la Chiesa per ottenere il consenso cattolico, ossia della stragrande maggioranza del Paese: consenso che era stato indispensabile anche a Napoleone in Francia per costruire il suo regime personale. Nulla nella sua apertura alla Chiesa vi era di religiosamente ispirato, essendo egli ateo ed anticlericale. Ma il cinismo lo aveva mitridatizzato dalle preclusioni anticattoliche del Liberalismo classico. Collateralmente a questo atteggiamento, Mussolini lavorò costantemente per conquistare a questa sua politica la Corte, ostile alla Curia, e l’ala radicale del PNF, rappresentata da Farinacci, profondamente anticristiano. Il Vaticano dal canto suo agì con circospezione, perseguendo accordi col nuovo Governo solo su questioni specifiche. Per esempio Mussolini e Gasparri si incontrarono segretamente il 19 gennaio 1923 nella casa del conte e senatore Carlo Santucci, presidente del Banco di Roma, per concordare le modalità del salvataggio, con l’aiuto dello Stato, di questo istituto di credito di capitale importanza per il mondo cattolico. Da qui in poi ci si accordò per avere, quale intermediario, il gesuita Pietro Tacchi Venturi, uno dei massimi intellettuali cattolici dell’epoca[11].

Don Luigi Sturzo

Dinanzi alla prepotenza dell’incipiente Fascismo, la Santa Sede, preoccupata per l’associazionismo cattolico, difese solo in parte e soltanto fino al maggio 1923 il Partito Popolare, mentre don Luigi Sturzo fu indotto a lasciare la vita politica entro l’ottobre 1924. La Curia Romana fu pure assai prudente nelle elezioni dello stesso anno, nelle quali stigmatizzò le violenze fasciste[12]. Sconfessò anche la coalizione tra Popolari e Socialisti costituzionali nel settembre 1924, in chiave antigovernativa[13]. Superata la crisi Matteotti e avviata la costruzione del Regime nel 1925, Mussolini escluse le estreme del suo Partito dalla gestione del potere e si avviò ad una gestione dittatoriale che fosse gradita alla maggioranza moderata del Paese, inclusa la parte cattolica. Il processo di fascistizzazione dello Stato si sarebbe realizzato nel 1926, ma i contatti tra Palazzo Chigi e il Vaticano iniziarono dall’anno precedente.

Mussolini infatti istituì, nel febbraio 1925, presieduta dall’ex deputato popolare e sottosegretario alla Giustizia Matteini, una Commissione per la revisione delle leggi ecclesiastiche, che propose modifiche tutte favorevoli alla Chiesa, approvate all’unanimità e accolte con viva soddisfazione dall’Episcopato italiano[14]. Nel frattempo, nella primavera del 1925, Carlo Santucci elaborò una nuova bozza di accordo sulla Questione Romana che, sulla scia del testo del 1919, escludeva l’internazionalizzazione della trattativa e inseriva in essa capitoli finanziari. Il banchiere prevedeva, in caso di accordo, una modifica unilaterale della Legge delle Guarentigie da parte italiana, ma importanti esponenti del Governo, tra cui Alfredo Rocco, ritenevano di dover siglare un autentico trattato con la Santa Sede. Vi era, come si vede, una sfiducia di fondo non tanto sui punti dell’accordo, ma sulla sua ipotetica durata, per cui ognuna delle parti cercava una ipotetica contro assicurazione. Fu così che nell’estate del 1925 la Santa Sede rifiutò la bozza Santucci[15]. Fu sempre Pio XI a rifiutare i deliberati della Commissione per la revisione delle leggi ecclesiastiche, dapprima a voce con Gasparri il 26 dicembre del 1925 e poi per iscritto, sempre rivolgendosi al Segretario di Stato, il 18 febbraio del 1926[16]. Il Papa infatti affermò che la legislazione ecclesiastica italiana andava rivista nel quadro di un processo di soluzione della Questione Romana. Subito dopo il Pontefice bocciò l’ipotesi di una regolamentazione unilaterale della materia. Pio XI sapeva che Mussolini, come lui, voleva la Conciliazione, e premeva per una formulazione trattatistica, ma non voleva precipitare i tempi per non trovarsi in una situazione irriformabile.  La Curia evidentemente stava alla finestra in attesa che il Fascismo desse affidamento consolidandosi e mostrando le sue vere attitudini verso l’Azione Cattolica, al centro delle attenzioni pastorali del Papa. Dopo alcuni mesi di riflessione, la Curia cedette al corteggiamento italiano e iniziò a trattare il 5 agosto 1926.

CONCILIAZIONE ANNO ZERO

Le trattative durarono fino al 10 febbraio 1929, anche se non continuate. Il delegato papale era il marchese Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli, all’epoca Nunzio Apostolico in Germania e poi Pio XII. Fine giurista, era l’uomo adatto per una trattativa efficace e discreta. Pio XI incontrò Pacelli 129 volte per dargli le sue direttive. Monsignor Borgoncini Duca, prelato della Segreteria di Stato, affiancò il Marchese. La controparte era rappresentata da Domenico Barone, consigliere di Stato, alla cui morte il 4 gennaio 1929 il mandato negoziale venne assunto da Mussolini in persona.

Gli accordi, com’è noto, dovevano essere costituiti dal Trattato per i rapporti tra Italia e Santa Sede, dal Concordato per quelli tra Chiesa e Stato in Italia e dalla Convenzione finanziaria per il risarcimento economico che l’Italia doveva al Vaticano a seguito della soppressione del Potere Temporale, secondo un accordo raggiunto subito tra Pacelli e Barone.

L’andamento delle trattative fu sostanzialmente regolare. In quelle per il Concordato vi furono solo due pause per una ragione esterna[17]. Infatti nella seconda metà del 1927 Mussolini aveva creato l’ONB e pretendeva che fosse l’unica istituzione educativa nei Comuni con meno di diecimila abitanti, sopprimendo tutte le altre, compresi i Boy Scout cattolici. A Pio XI, che gli fece sapere che questo atteggiamento pregiudicava le trattative per la Conciliazione, Mussolini offrì come contropartita una esplicita garanzia di esistenza per l’AC da inserirsi nel Concordato, il che permise una ripresa dei colloqui.

In questo lasso di tempo la stampa fascista e l’Osservatore Romano si confrontarono sul presunto miglioramento dei rapporti Stato – Chiesa in Italia, assai promettente per la prima e solo parziale per il secondo, che sottolineava la necessità della soluzione della Questione Romana, per rendere il nuovo clima definitivo. Al dibattito parteciparono Arnaldo Mussolini e Giovanni Gentile, ma a mettervi fine fu lo stesso Duce, che scrisse per Il Popolo d’Italia un articolo firmato dal fratello nel quale puntualizzava che per la Santa Sede la Questione Romana era un affare bilaterale e che non implicava cedimenti territoriali significativi e che l’Italia apprezzava molto entrambe le posizioni. L’articolo, pur non negando la difficoltà delle trattative, affermava che esse non erano impossibili e che potevano durare tutto il tempo necessario. La trattativa così ricominciò.

Tuttavia Mussolini nel maggio del 1928 la gelò di nuovo perché estese la soppressione dei Boy Scout ai centri fino a ventimila abitanti che non fossero capoluoghi di provincia. Questa ennesima presa di posizione interruppe nuovamente le trattative. Ma Pio XI si rassegnò dopo aver fatto pubblicare sull’Osservatore Romano una lettera a Gasparri in cui dichiarava che non condivideva la politica del Governo italiano in materia di associazionismo educativo. Discolpatosi dinanzi alla Storia e a Dio per il sopruso fascista, ritenne opportuno proseguire il dialogo concordatario.

Anche il dialogo sulla Convenzione finanziario registrò qualche difficoltà pratica. L’Italia riconosceva i suoi debiti con la Santa Sede sin dai tempi della Legge delle Guarentigie, per cui anche la questione finanziaria era ammessa in linea di principio come legittima[18], ma le modalità di risarcimento esigevano una discussione approfondita. In effetti, stando alle memorie del Cardinale Gasparri sulla Conciliazione, ancora inedite nell’Archivio Segreto Vaticano, furono Mussolini e Pio XI ad occuparsi personalmente della faccenda. Il Papa chiedeva due miliardi di lire, ossia l’appannaggio garantito dalla Legge delle Guarentigie e mai riscosso con relativi interessi. Mussolini non voleva scialare e propose una sottoscrizione mondiale per raggiungere la somma chiesta dal Papa. Questi rifiutò e le trattative si arrestarono per più di un mese nel novembre 1927. Il Pontefice era disposto anche ad accettare un miliardo e mezzo, purché lo Stato gli riconoscesse gli interessi in linea di principio. Ma il Duce, spalleggiato dal Re, non cedette e alla fine Pio XI si arrese e si accontentò di un miliardo e 750 milioni di lire, pagati parte in contanti (i 750 milioni) e parte in titoli al portatore (il miliardo, con tasso di interesse al 5%)[19].

Fu in questi mesi di stop and go che Mussolini riuscì a domare le ultime opposizioni interne del PNF alla Conciliazione, che contavano su uomini di peso come Balbo, Arpinati e il già ricordato Farinacci. Nello stesso tempo il Duce sondava gli umori indecifrabili del Re, mentre cercava di strappare alla Santa Sede qualche altra concessione, sebbene l’essenziale fosse già da tempo definito.

Le parti infatti avevano un accordo minimale: il Vaticano accettava l’annessione di Roma e l’Italia la dis-annessione di una parte della città per restaurarvi la sovranità papale. Questa parte sarebbe stata la Città Leonina nei pressi di San Pietro e del Palazzo Vaticano, col suo giardino, laddove di fatto il potere papale non si era mai interrotto, anche se abolito dalle formule della Legge sulle Guarentigie. Le rivendicazioni pontificie su Villa Pamphili e per uno sbocco al mare furono lasciate cadere, con sollievo del Re. Una serie di immobili furono considerati extraterritoriali, altri esenti da espropri e tributi. Il termine “Stato” per l’erigenda Città del Vaticano fu comunque accettato dall’Italia solo il 22 gennaio 1929[20]. In materia scolastica, alla regolamentazione di massima presentata dal Vaticano il 5 dicembre 1926 l’Italia oppose un suo programma minimale il 22 febbraio 1927, per cui si giunse ad un compromesso che, pur rispettando i principi della Chiesa, ne garantiva una applicazione molto parziale[21]. Accettando definitivamente i termini di risarcimento economico appena descritti e favorevoli all’Italia il 14 gennaio del 1929, Pio XI fu invece in grado di imporsi in materia di diritto matrimoniale, ottenendo l’istituzione del matrimonio concordatario il 20 gennaio, a scapito della coerenza della legislazione italiana e minacciando, in caso di rifiuto, l’affossamento di tutta la trattativa[22]. Degno di nota è che il Concordato sanciva la personalità giuridica della Chiesa e di tutti gli Ordini religiosi, ribadiva la centralità dell’insegnamento religioso nelle scuole, menzionava esplicitamente l’Università Cattolica tenacemente voluta da Pio XI, riconosceva l’AC, affidava ai sacerdoti celebranti le nozze la funzione di ufficiali di stato civile, garantiva a vescovi e cardinali una posizione giuridica particolare e interdiceva i pubblici uffici ai chierici sottoposti a censura canonica.

Il Card. Gasparri e Mussolini firmano i “Patti Lateranensi”

Mussolini e Gasparri firmarono i Patti Lateranensi lunedì 11 febbraio 1929, poco prima di mezzogiorno, nella Sala delle Missioni del Palazzo del Laterano, mentre fuori pioveva a dirotto. Il Duce era accompagnato dal sottosegretario agli Esteri Dino Grandi. Gasparri firmò per primo con una stilografica d’oro datagli dal Papa. Il Cardinale poi la passò a Mussolini, lasciandogliela per ricordo. Le campane cominciarono a suonare a festa. Il giorno dopo Pio XI disse che Mussolini era l’uomo che la Provvidenza gli aveva fatto incontrare per risolvere la Questione Romana, regalando alla propaganda fascista un’espressione che sarebbe stata a lungo manipolata.  In tutte le chiese si cantò il Te Deum e l’11 febbraio divenne festa nazionale. La nuova Camera dei Deputati ratificò i Patti con due voti contrari, il Senato con sei, tra i quali quello di Croce[23]. Il 14 maggio il Marchese Pacelli prese contatto con l’ingegnere Bernardino Nogara, al quale Pio XI aveva affidato la gestione dei fondi della Convenzione finanziaria in quanto Delegato dell’Ufficio dell’Amministrazione Speciale della Santa Sede. Nogara, uomo di fiducia del Papa, cattolico lombardo di specchiata fede, alto funzionario della COMIT, era noto anche all’Italia, che si era servito di lui nella trattativa economica della Pace di Versailles[24]. Il Duce ricevette entrambi i plenipotenziari papali e concordò con Nogara un pagamento a rate mensili tutte uguali con assoluta puntualità, per evitare problemi alla circolazione monetaria italiana con una sola soluzione[25]. Il Papa consentì a ritirare la prima metà dei contanti solo a luglio e di lasciare parte di tale somma in conto corrente alla Banca d’Italia, vendendo gradualmente il miliardo di titoli. Pio XI inoltre concesse allo Stato italiano, ad equo interesse, un mutuo di 50 milioni sui 750 di indennizzo, per coprire il dissesto di alcune banche cattoliche, nei cui affari erano immischiati vari ecclesiastici, mai autorizzati a farlo dalla Santa Sede[26]. Alla fine Mussolini calcolò in questi termini il risarcimento dovuto al Papa: un miliardo e 550 milioni di lire, in quanto i titoli, dal valore nominale di un miliardo, potevano essere acquistati a 800 sul mercato e i liquidi venivano dalla riserva dello Stato, che prima del prelievo ammontava a due miliardi[27].

La Conciliazione fu senz’altro il più grande successo di Mussolini e l’apice della sua popolarità all’estero, sebbene il dittatore fascista la concepisse come uno strumento di potere. Per l’Italia fu senz’altro il superamento della frattura tra Paese legale e Paese reale, tra le élites massoniche che l’avevano unita e le masse popolari che ne conservavano l’identità storica e ne vivevano la dimensione quotidiana, intrise ambedue di Cattolicesimo. Fu in ultima istanza la pacificazione religiosa, morale e storica del Paese di fresca unità. Tuttavia, a dispetto di quanti dicono il contrario, essa fu un successo ancor più grande per il Papa. In un’epoca in cui la Chiesa aveva di se stessa una concezione pastorale e con un Pontefice che aveva ampi progetti di restaurazione spirituale del mondo cristiano, la Conciliazione fu senz’altro un risultato storico ad oggi ineguagliato, perché strettamente connesso alla natura stessa del potere papale. In genere, la Chiesa italiana venne liberata dalle ingerenze dello Stato che pur si diceva liberale e la Santa Sede si sbarazzava di un ingombrante passato che non poteva tornare, restaurando la sua indipendenza economica e politica. Non avrebbe avuto più bisogno di fare concessioni per ulteriori regolamentazioni e non aveva avuto bisogno, come del resto l’Italia, di rivolgersi ai buoni uffici di potenze terze. Infine, l’associazionismo cattolico italiano – la linfa vitale del futuro – otteneva una posizione di diritto abbastanza solida. Lo stesso Alcide De Gasperi, esule proprio in Vaticano per colpa di Mussolini, riconobbe che i Patti Lateranensi li avrebbe firmati persino Don Sturzo, oramai in esilio a Londra[28]. Se i Patti rafforzarono la dittatura, è anche vero che erano concepiti per vincolare la Nazione e non il Regime, destinato, prima o poi, a scomparire.

All’interno dei Patti, tuttavia, più delicata era la regolamentazione concordataria, sia per il dibattito sorto attorno a questo abbraccio tra Chiesa italiana e Fascismo, onde determinare quale dei due abbia sedotto il partner, ammesso che tale abbraccio sia stato impudico e non casto o quantomeno sterile, sia per le modalità concrete dell’esistenza della Chiesa stessa nel nostro Paese. A tal proposito va detto che né il Fascismo divenne mai un regime cattolico né la Chiesa la sua cappella. Se ciò deluse da un lato Pio XI e Mussolini dall’altro, di certo preservò l’identità di entrambi e quindi a maggior ragione quella della contraente ancora oggi esistente, ossia la Chiesa. In ogni caso, il forte dibattito in sede di ratifica parlamentare permise a Mussolini di chiarire, nei suoi modi rozzi e violenti, che i Patti Lateranensi non battezzavano il Fascismo in quanto lo Stato italiano gli aveva concesso tanta terra quanto era necessaria per seppellirvisi e diede il destro al Papa per stigmatizzare come “ereticali e più che ereticali” le frasi del Duce.

In realtà, quest’ultimo si era piccato perché la stampa estera, a cominciare dal Daily Herald, aveva salutato la Conciliazione come un successo soprattutto del Papato. Ragion per cui Mussolini voleva marcare la differenza tra i negoziatori dell’accordo appena concluso. Pio XI, che nemmeno aveva un carattere facile, ordinò al Marchese Pacelli di chiedere a Rocco di soprassedere dalla pubblicazioni delle leggi applicative dei Patti Lateranensi. Sembrava che il 7 giugno non si sarebbe arrivati alla ratifica e Pacelli si impegnò in un’ultima mediazione per una dichiarazione di intenti, debitamente pubblicata il 6 giugno, che permise ad entrambe le parti di mantenere il punto applicando gli accordi[29].

Può sembrare che la crisi sia stata pericolosa, ma in realtà essa non poteva fermare gli eventi, anzi a sua volta aveva eliminato gli equivoci. Infatti, eliminata ogni palinodia, la Conciliazione divenne operativa mostrandosi per quel che in fondo era: un accordo politico, sia pure di altissimo profilo[30]. Il 25 luglio Pio XI si mostrò in Piazza San Pietro ponendo fine alla prigionia in Vaticano. Nel dicembre, ricevette la visita del Re e della Regina. La Questione Romana era finita.

L’ORLO DELLA CONCILIAZIONE

Il Fascismo si accorse presto che la Chiesa non lo avrebbe sostenuto senza condizioni. Cominciò inoltre a temere la concorrenza educativa della floridissima Azione Cattolica, tanto che nel 1931 la stampa di regime cominciò ad attaccarla per presunti sconfinamenti di campo politici, sociali e culturali. Lo Stato etico fascista chiese alla Chiesa precise garanzie, che furono risolutamente negate. Essa non solo rivendicava il diritto di avere un’associazione di apostolato laicale che operasse in campo spirituale e temporale seguendo i principi della sua Dottrina Sociale, ma asseriva che il discernimento tra ciò che era di sua competenza, anche in politica, e ciò che non lo era spettava soltanto a lei stessa[31]. Pio XI lo disse il 19 aprile e lo scrisse il 26 dello stesso mese all’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster[32], col quale deprecò la natura violenta e aggressiva dell’educazione fascista della gioventù. La conseguenza di questa presa di posizione e delle manifestazioni dell’AC per il quarantesimo della Rerum Novarum e per la sua prima riunione generale nazionale[33] fu che Mussolini sciolse d’autorità i gruppi giovanili e studenteschi cattolici il 29 maggio, non senza che un’ondata di violenza squadrista si abbattesse su molti  di essi, mentre il presidente dell’associazione, Raffaele Jervolino, si rifugiò temporaneamente in Vaticano. Questo reagì con proteste, note diplomatiche e con l’enciclica Non abbiamo bisogno del 29 giugno 1931, in cui il Fascismo, la sua repressione recente, il suo ideale educativo, la sua natura statolatrica e pagana, il giuramento da esso imposto ai cittadini erano risolutamente condannati dinanzi a tutto il mondo cattolico[34]. L’enciclica non condannava in blocco il regime ma solo quanto di esso era inconciliabile con la Fede, ma quello che approvava del Fascismo non stava da nessuna parte del testo. In ogni caso in Vaticano una corrente rigorista e una realista si erano confrontate e l’enciclica era un documento di sintesi, di fatto preparatorio di un accordo. Per esso, i contatti iniziarono subito, il 23 luglio. Nel settembre, Stato e Chiesa giunsero ad una convenzione scritta[35], che fu detta “Piccola Conciliazione” o “Riconciliazione”. In essa la Chiesa dovette cedere il passo, perché i fedeli non potevano o non volevano seguirla nella lotta: la determinazione delle sfere di azione dell’apostolato dei laici doveva avvenire di comune accordo con lo Stato, il quale proibì ogni attività politica, sindacale e sportiva. Inoltre l’AC dovette polverizzarsi in strutture diocesane indipendenti l’una dall’altra e cambiare nome, oltre che rinunciare a nominare dirigenti che avessero militato nel PPI. Infine, l’organizzazione dovette impegnarsi a favore del Corporativismo fascista, visto che nella Quadragesimo Anno Pio XI aveva elogiato quel sistema, anche se spogliandolo di qualunque riferimento a regimi contemporanei. Tuttavia l’AC sopravvisse e fu l’unica fucina di opposizione culturale al regime, del quale un giorno i suoi quadri avrebbero preso il posto con la DC nell’Italia repubblicana.

Da questo momento in poi Chiesa e Fascismo, nonostante i Patti vigenti tra la prima e lo Stato, non furono più amici ma buoni vicini. I rapporti si deteriorarono sempre più fino all’avvicinamento politico e dottrinale del Fascismo al Nazismo. Pio XI condannò le Leggi razziali italiane del 1938, sia per ragioni di principio che per la ricaduta sull’ordinamento matrimoniale concordatario[36]. Le norme rimasero in vigore ma i fedeli si schierarono, nelle loro coscienze, con l’anziano Pontefice. Questi, prima di morire, nel decennale della Conciliazione, si preparava a denunziare gli arbitri del regime, anche se non sarebbe arrivato, come si pretese in seguito, a denunciare il Concordato[37]. Tale evento fu forse temuto a Palazzo Venezia, ma la morte del Papa – non inopinata – e lo scoppio della Guerra rimandarono ad altri tempi un chiarimento, che per il Fascismo, com’è noto, non arrivò mai.

CONCILIAZIONE E REPUBBLICA

Caduti Fascismo e Monarchia, i Patti Lateranensi vennero incorporati nella Carta Costituzionale, cosa per la quale ancora oggi sono in vigore. Prima ancora dell’elezione della Costituente, il PCI, nel V Congresso tenutosi a Roma nel gennaio del 1945, si dichiarò favorevoli alla conservazione del Trattato del Laterano, ma non nominò il Concordato. Il PSI, il PDL e il PSdAZ accettarono il principio concordatario ma non il Concordato firmato da Mussolini. La DC ovviamente voleva inserire i Patti Lateranensi in Costituzione e conservare il Concordato. Eletta la Costituente ed insediatasi la Prima Sottocommissione, a cui spettava la redazione del futuro articolo 7, il 21 novembre 1946, relatore di maggioranza fu Giuseppe Dossetti. A lui, che propose una complessa formula per mantenere lo status quo, Togliatti replicò offrendo una lapidaria espressione per la quale i rapporti Stato-Chiesa fossero regolati in termini concordatari. Tanto bastava per recepire il mezzo ma modificare all’occorrenza il testo vigente. La DC rilanciò con la formula di Umberto Tupini, per la quale Stato e Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani e che i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi.

Mario Cevolotto

Tale formula tuttavia, per il relatore di minoranza Mario Cevolotto, rendeva obiettivamente impossibile qualunque modifica del Concordato. Questa preoccupazione, condivisa anche da Togliatti, fu risolta dal liberale Roberto Lucifero, che suggerì un’aggiunta per cui qualunque modifica bilateralmente accettata ai Patti non avrebbe avuto bisogno di un procedimento di revisione costituzionale. Di fatto nacque così l’articolo 7, allora numerato ancora come 5. Pio XII seguiva attentamente il dibattito e temeva che le sinistre fossero indispensabili per l’approvazione del testo dell’articolo, ma Aldo Moro e Attilio Piccioni rassicurarono in tal senso la Segreteria di Stato. Questa avrebbe gradito una formula che confermasse il Concordato così com’era e aveva apprezzato in tal senso una proposta di Vittorio Emanuele Orlando, che l’aveva portata personalmente in Vaticano. Ma stavolta fu la DC a dire no, in quanto non avrebbe mai accettato in aula una formula non sua su una simile materia. Il 19 marzo 1947 Carlo Sforza, ministro degli Esteri, avvisò Giovanni Battista Montini, Sostituto alla Segreteria di Stato, che il PCI avrebbe votato a favore dell’articolo 7, con conseguente rischio di accreditamento elettorale presso i cattolici, ma il Sostituto ne era già a conoscenza e non ne era eccessivamente preoccupato. Quando poi il presidente della Costituente, il comunista Umberto Terracini, convocò una riunione ristretta nella quale Togliatti propose lo stralcio dell’articolo 7 dalla Costituzione e il suo inserimento in un ordine del giorno della Costituente, Tupini, consultatosi col Vaticano, si mantenne fedele alla proposta sua e di Lucifero. Così, in una seconda riunione, Togliatti annunziò che il PCI avrebbe votato a favore dell’inserimento dei Patti Lateranensi in Costituzione non per convinzione ma per il mantenimento della pace religiosa. Il 25 marzo l’articolo 7 venne portato in aula e, dopo un dibattito di alto livello cui parteciparono Dossetti, Cevolotto, De Gasperi, Bonomi, Togliatti, venne approvato il giorno dopo all’1.30, con 350 voti favorevoli, 149 contrari e 57 astenuti ed assenti[38].

il nuovo Concordato firmato dal Card. Casatoli e da Bettino Craxi

In quanto al Concordato, la sua revisione, resa possibile dal dispositivo dell’articolo 7, divenne necessaria molto dopo. Se ne cominciò a parlare alla fine degli Anni Sessanta, per le trasformazioni della società italiana. Nel 1967 una commissione bilaterale, composta per l’Italia da Guido Gonella, Roberto Ago e Arturo Carlo Jemolo e per il Vaticano da Agostino Casaroli, Achile Silvestrini e Padre Lener, predispose una prima bozza, che languì a lungo nei cassetti dei dicasteri competenti. Un brusco stop alla pretrattativa si ebbe con l’introduzione del divorzio anche per il Matrimonio concordatario, non considerato come Sacramento e sciolto unilateralmente, ovviamente a richiesta di uno dei contraenti, dalla magistratura italiana. Paolo VI lamentò il vulnus inflitto al Concordato. Le norme sull’aborto resero ancor più irrespirabile l’aria politica. Fu Bettino Craxi, Presidente del Consiglio e Segretario del PSI, che colse l’occasione buona, conducendo a termine la trattativa. Il 18 febbraio 1984 a Villa Madama lui e il Cardinale Casaroli, Segretario di Stato di Giovanni Paolo II, firmarono il nuovo Concordato, che venti giorni prima era stato approvato dal Parlamento col voto favorevole del PCI di Enrico Berlinguer, mentre la Sinistra Indipendente di Stefano Rodotà aveva votato contro. Il nuovo Concordato abolì la religione di Stato e pose fine alla controversia matrimoniale; conservò come facoltativo l’insegnamento religioso nelle Scuole e regolò il finanziamento spontaneo dei fedeli alla Chiesa mediante la destinazione libera dell’8 per mille sul gettito IRPEF; garantì una maggiore libertà delle elezioni episcopali, abolendo il giuramento di fedeltà degli ecclesiastici alla Repubblica[39].

I PATTI LATERANENSI DEL XXI SECOLO

Benedetto XVI

Sono così definiti gli accordi tra la Santa Sede e l’Unione Europea in materia monetaria, conseguenza dell’ingresso dell’Italia nell’Euro e del fatto che la Lira vaticana, perfettamente equivalente a quella italiana, doveva allinearsi alla moneta europea non solo per valore ma anche per norme. A Giovanni Paolo II era stato concesso di continuare a battere moneta imprimendo il suo volto e i suoi simboli sul conio vaticano. Ora, nel febbraio 2009, il Consiglio dell’Unione Europea annunziò la sua volontà di rivedere gli accordi monetari con lo Stato della Città del Vaticano, la Repubblica di San Marino e il Principato di Monaco in materia di riciclaggio. La norma scaturiva dalla lotta globale al terrorismo iniziata dopo l’Attentato alle Torri Gemelle e mirava di fatto a controllare le transazioni dello IOR. La questione era stata gestita con riservatezza nella Seconda Sezione della Segreteria di Stato, sebbene lo IOR, pur essendo ente centrale della Chiesa, non fosse Santa Sede e quindi non rispondesse a quel dicastero ma soltanto al Papa. La stipulazione della nuova Convenzione monetaria poteva essere rimandata al 2011, almeno per l’UE, ma la Santa Sede avrebbe dovuto così sospendere la monetazione in euro per un anno e privarsi delle vendite delle coniazioni da collezione. Scartata da tempo l’ipotesi di una uscita vaticana dall’euro, fatta da monsignor  Carlo Maria Viganò, segretario del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, Benedetto XVI dovette condurre una trattativa che non gli lasciava molti margini di libertà e che si concretizzò appunto nella Convenzione che, in allegato, indicava le normative europee che il Vaticano faceva proprie in materia di riciclaggio, frode, contraffazione e coniazione. In ogni caso questo diktat aiutò il Papa tedesco nel suo programma di moralizzazione della vita civile del Vaticano, spesso adombrata dagli scandali – veri o presunti – dello IOR. Tuttavia la Segreteria di Stato non poté recepire subito le norme proprio per colpa della UE, in quanto Joaquin Almunia, commissario alle Finanze della Commissione Barroso, rifiutò di firmare l’intesa col Nunzio Apostolico, preferendo lo scambio di documenti tramite i funzionari. Un grave sgarbo diplomatico addebitabile al livore anticattolico del socialismo spagnolo che non impedì a Papa Ratzinger di adeguare quanto prima la legislazione del suo piccolo Stato agli standard europei. Ciò avvenne nel dicembre 2010 con l’istituzione dell’AIF, a cui tutti gli organismi economici della Santa Sede e lo stesso IOR dovevano essere sottomessi per controllo, demandando alla magistratura vaticana i poteri di giurisdizione. Questa legislazione non fu accolta senza contrasti tra le Sacre Mura e ha subito fino ad oggi continue modifiche, alimentando molte polemiche, spesso sproporzionate, ma la sua approvazione segna la conclusione di quelli che chiamiamo i Patti Lateranensi del XXI. Così la Santa Sede entrò nel Consiglio d’Europa e, indirettamente, spostò i suoi confini dall’Italia all’UE[40].


[1] Cfr. G. DE ANTONELLIS, Storia dell’Azione Cattolica, Milano 1987, pp. 21-78, con una interessantissima documentazione sulla fine del Potere Temporale costituita dal Diario del generale Kanzler, capo dell’Esercito papale.

[2] Leonis XIII Acta, Roma 1888, VII, p. 115. 134-153.

[3] Cfr. in gen. P. SCOPPOLA, La Chiesa e il Fascismo. Documenti ed interpretazioni, Bari 1971 e K. REPGEN, in Storia della Chiesa, X- La Chiesa nel XX secolo, a cura di H. JEDIN, Milano 19952 , pp. 45-60.

[4] CC 66 /3 (1915) pp. 263-239.

[5] F. MARGIOTTA BROGLIO, Italia e Santa Sede dalla Grande Guerra alla Conciliazione. Aspetti politici e giuridici, Bari 1966, pp. 366s., 537 ss.

[6] SCOPPOLA, La Chiesa, pp. 4-6.

[7] SCOPPOLA, La Chiesa, p. 32; MARGIOTTA BROGLIO, Italia, p. 71.

[8] SCOPPOLA, La Chiesa, pp. 46-51.

[9] Cfr. G. DE ROSA, Storia del movimento cattolico in Italia, II- Il Partito Popolare Italiano, Bari 1966; R. DE FELICE, Mussolini il fascista I: La conquista del potere 1921-1925, Torino 1966; SCOPPOLA, La Chiesa pp. 52 ss.

[10] AAS 14 (1922), pp. 673-700.

[11] DE FELICE, Mussolini, pp. 494. 497 ss. 527; V. SIBILIO, I Dottori della Chiesa e gli altri grandi teologi cattolici dal XII al XXI sec., amazon.com 2019, p. 336.

[12] DE FELICE, Mussolini, pp. 578-589.

[13] DE FELICE, Mussolini, pp. 659 ss.

[14] Atti della Commissione per la riforma delle Leggi ecclesiastiche del Regno (12 febbraio-31 dicembre 1925), a cura di P. CIPROTTI, Milano 1968.

[15] DE FELICE, L’organizzazione dello Stato fascista 1925-1929, Torino 1968, pp. 106-115.

[16] SCOPPOLA, La Chiesa, p. 117.

[17] I. MONTANELLI-M.CERVI, L’Italia Littoria, in ID.-ID., Storia d’Italia, VII, Milano 1999, pp.  250-254.

[18] Trattato, artt. 31-41; F. PACELLI, Diario della Conciliazione, Città del Vaticano 1959,  pp. 260 ss.

[19] B. LAI, Finanze vaticane, Soveria Mannelli 2012, p. 8. PACELLI, Diario, pp. 422-423.

[20] PACELLI, Diario, 170.

[21] PACELLI, Diario 282. Concordato, artt. 36, 37.

[22] PACELLI, Diario, p. 116.

[23] MONTANELLI-CERVI, L’Italia Littoria, p. 254.

[24] LAI, Finanze, p. 11.

[25] LAI, Finanze, p. 9. PACELLI, Diario, p. 141.

[26] LAI, Finanze, p. 10. Cfr. ACS, Consiglio dei Ministri, vol. 16, 2 genn. 1926.

[27] LAI, Finanze, p. 11.

[28] A. DE GASPERI, Lettere, p. 63.

[29] MONTANELLI-CERVI, L’Italia Littoria, pp. 255-256.

[30] PACELLI, Diario, pp. 151-153. AAS 21 (1929), 297-306.

[31] L’Osservatore Romano, 20-21 aprile 1931.

[32] AAS 23 (1931), pp. 145-150.

[33] Cfr. “Ecclesiastica” 11 (1931), pp. 267-280.

[34] AAS 23 (1931).

[35] A. MARTINI, Gli accordi per l’Azione Cattolica nel 1931 in CC 111, 1 (1960), 574-591.

[36] ADSS 6, 532-536 (14 nov. 1938).

[37] L’Osservatore Romano, 9 febbraio 1959.

[38] A. ACCIAVATTI, Oltretevere, Milano 2018, pp. 21-35.

[39] I. MONTANELLI-M.CERVI, L’Italia degli Anni di Fango, in Storia d’Italia, XI, Milano 2004, pp. 344-345.

[40] LAI, Finanze, pp. 98-101.

 

© Gianvito Sibilio, 2019

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Vito Sibilio

Docente di storia e filosofia, medievista, storico della chiesa, membro dei comitati direttivo ed editoriale di “Christianitas” - Rivista di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo.

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