RatlinesSulle tracce dei fascisti in fuga: il caso Carlo Scorza

Gli anni della clandestinità dell'ultimo segretario del PNF, nome in codice "Dott. Giuseppe Maggio": dalla Basilica francescana del Santo di Padova all'Argentina di Perón.
Avatar Giovanni Preziosilunedì, 19 Settembre 2022 ore 13:36:0420337 min

Carlo Scorza era originario di Paola, un paesino in provincia di Cosenza, dove nacque il 17 giugno 1897 da Ignazio – un piccolo agricoltore – e Gennarina Iacopini. Negli anni successivi, ancora minorenne, si trasferì a Lucca e, proprio nella cittadina toscana, conseguì il diploma in ragioneria. Dal 17 aprile 1943, in seguito al drastico “cambio della guardia” ed al repulisti della compagine governativa e dei massimi vertici del P.N.F. verificatosi nel febbraio precedente, improvvisamente, fu chiamato dal duce in persona a reggere le sorti del Partito al posto dell’evanescente Aldo Vidussoni.

Carlo Scorza (Paola, 15 giugno 1897 – Castagno d’Andrea di San Godenzo, 23 dicembre 1988)

In seguito, durante la memorabile seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, diede prova della sua fedeltà al duce votando contro l’ordine del giorno di sfiducia al Capo del fascismo presentato da Dino Grandi. Il giorno successivo alla caduta del regime, mentre si stava recando dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri Angelo Cerica per avere notizie di Mussolini, fu tratto in arresto.

Poco dopo, però, fu rilasciato “sulla parola” e subito si adoperò per pacificare i fascisti, provvedendo ad impartire immediatamente «gli ordini necessari perché gli italiani non si scann[assero] fra loro», nel timore che gli ex squadristi, per ritorsione, avrebbero potuto ordire qualche congiura o rivolta di piazza.

Tuttavia, dopo aver constatato l’impossibilità di portare a termine il suo piano, a dire il vero alquanto velleitario, a quel punto ritenne più opportuno mettersi a disposizione del nuovo governo, in modo da scongiurare anche l’arresto. Pertanto, il 27 luglio successivo, fece pervenire una lettera al maresciallo Badoglio nella quale scriveva:

«[…] dopo due giorni di silenzioso lavoro ritengo di poter considerare esaurito il compito di persuasione e disciplina tra i fascisti impostomi dalla mia coscienza, come sacro dovere di soldato, in seguito al cam- biamento del governo».

Poi, visto che incominciava a tirare una brutta aria, decise di intraprendere la via della clandestinità nascondendosi in alcuni luoghi della capitale per evitare di finire nelle grinfie dei suoi aguzzini dalle quali, tuttavia, non riuscì a sottrarsi il 23 agosto 1943, allorchè fu tratto in arresto insieme al fior fiore dei gerarchi fascisti rimasti ancora a piede libero. A quel punto, evidentemente, fiutando il pericolo che incombeva su di lui, corse subito ai ripari cercando in ogni modo di trovare un rifugio sicuro per restare lontano da occhi indiscreti.

Quale nascondiglio migliore di un austero monastero umbro? Fu cosi che gli balenò l’idea di allacciare i contatti con il frate francescano di origini sarde del Sacro Convento di Assisi, padre Michele Todde, che proprio in quel periodo si stava adoperando per trarre in salvo varie famiglie ebree braccate dai nazi-fascisti grazie alla rete allestita dal vescovo della piccola diocesi umbra Giuseppe Placido Nicolini.

Lettera scritta il 27 settembre 1943 da Carlo Scorza al frate francescano di Assisi Michele Todde.
(Archivio Storico del Sacro Convento di Assisi, Fondo Padre Michele Todde)

Carissimo Padre Michele – scriveva il 27 settembre 1943 Carlo Scorza su di un foglio che recava ancora l’intestazione, opportunamente cancellata, della Camera dei fasci e delle Corporazioni – voi avete proprio ragione: “Non ho sofferto abbastanza”. Ma vi assicuro che gli uomini e gli eventi ci si mettono di buona volontà a farmi tutto il male possibile. Talvolta mi domando: “Può bastare – sempre – il giudizio favorevole della propria coscienza a render l’uomo tranquillo?” E rispondo che ciò dovrebbe bastare, ma io non riesco a pormi in una situazione spirituale tale da non essere morso crudelmente dalle passioni le quali vengono suscitate dalle ingiustizie.

Sento questa mia incapacità a padroneggiarmi completamente e a portarmi sopra un piano d’indifferente superiorità. Forse – aggiungeva per blandire la buona fede del magnanimo frate fran- cescano –, se potessi vivere vicino alla vostra anima paterna e sentire la suggestione benefica del vostro “ambiente”, riuscirei a tanto.

Mia moglie – ancora ammalata – e i miei ragazzi sono lontani; vivo solo e non posso ancora muovermi da qui.

Serbo indelebile il ricordo della giornata trascorsa in vostra compagnia; l’affettuosa caldissima ospitalità operò su me come un balsamo.

Vi abbraccio, Padre Michele. Vostro Carlo Scorza.

Tuttavia, poco dopo aver rocambolescamente riacquistato la libertà, il 2 ottobre 1943, nei pressi di

Alessandro Marcellino Tarabini

Verona, fu acciuffato dalla Polizia della neonata Repubblica Sociale Italiana, che lo trasse in arresto poiché, insieme al suo vice Alessandro Tarabini, era stato deferito al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato con l’accusa di tradimento per aver tentato una conciliazione con il governo Badoglio come si leggeva in una lettera che questi aveva inviato il 27 luglio 1943 al nuovo capo del governo rinvenuta sulla sua scrivania dopo la sua precipitosa fuga verso Brindisi.

A quel punto, nel disperato tentativo di scagionarsi da ogni addebito, immediatamente fece pervenire a Mussolini una lettera nella quale smentiva recisamente di aver inviato un telegramma, la sera del 25 luglio 1943, ai segretari federali per invitarli a non agire. Sulla base di questa imputazione, il 28 ottobre di quello stesso anno, tra il 15 ed il 20 aprile dell’anno successivo, fu processato a Parma dalle supreme autorità della R.S.I. riuscendo a far salva la vita ed a scongiurare la condanna a morte soltanto per un pelo, in virtù del provvidenziale intervento di Mussolini, forse memore dei servigi e della fedeltà mostrata nei suoi confronti negli anni precedenti e, soprattutto, perché era meglio tenerselo buono considerato che sapeva troppe cose che, evidentemente, in quel momento era opportuno non rendere pubbliche della drammatica riunione del Gran Consiglio che aveva decretato la capitolazione del duce.

Così, attraverso una formula di assoluzione piuttosto ambigua, il 14 aprile 1944, Scorza fu scarcerato e confinato a Cortina d’Ampezzo da dove chiese, senza alcun esito, per ben dieci volte la grazia al duce. Dopo aver di nuovo riacquistato avventurosamente la libertà, il 27 aprile 1944, Scorza raggiunse i suoi familiari a Cortina d’Ampezzo e da questo nuovo rifugio scrisse finanche un’accorata lettera a Buffarini Guidi.

Quindi, visto che il 24 giugno successivo fu riconosciuto da un ciclista mentre transitava, a bordo di un’Aprilia targata Firenze, per il passo della Cisa in compagnia di due individui – uno dei quali era il federale di Ferrara – e una giovane donna dall’apparente età di 25 anni, per maggiore precauzione, a quel punto l’ex gerarca fascista pensò bene che era giunto il momento propizio di trasferirsi altrove alla ricerca di un rifugio più sicuro e, perciò, decise di recarsi a Padova dove trovò ricetto in alcune case religiose.

In questa nuova situazione – scrive in merito Pierantonio Gios – i parroci del comune di Padova non rinuncia[ro]no al loro ruolo pastorale; prend[endo] posizione; ispiran[do] e al tempo stesso esprim[endo] la genuina volontà e resistenza popolare: ne [furono] per così dire la coscienza critica e la voce. Come precisa linea di azione scel[sero] in genere l’autentica carità pastorale: rimanere anzitutto in parrocchia, nonostante i pericoli, per garantire un minimo di convivenza; proteggere ogni perseguitato politico indipendentemente dal “colore” e dalla provenienza; lenire nei limiti del possibile i dolori delle famiglie, già tanto provate dal conflitto, allacciando i rapporti con i parenti prigionieri, internati, profughi o sfollati; risvegliare nei cuori la sensibilità ormai sopita, facendo appello alla superiorità dell’amore sull’odio, del perdono sulla vendetta; esercitare un’opera di mediazione tra blocchi e tendenze contrapposte.518

Padova, Basilica di Sant’Antonio

Difatti, stando a quanto riferito al frate francescano, padre Tito Magnani, dall’allora prefetto dei “fratini”, padre Urbano Santinon, con il benestare del ministro provinciale p. Andrea Eccher, Scorza riuscì ad essere nascosto nelle cantine sottostanti alla cucina del convento del Santo di Padova, mentre la con- sorte fu affidata alle amorevoli cure delle suore del Collegio Teologico di S. Antonio Dottore.

Il figlio, invece, per maggiore precauzione, fu inviato in un altro monastero limitrofo, quello dei SS. Giovanni Battista e Antonio di Camposampiero dove, tuttavia, condivise le sue giornate con la comunità dei seminaristi – i cosiddetti “fratini” – soltanto per breve tempo, poiché dopo un po’, visto che era piuttosto loquace parlando spesso e volentieri dei suoi familiari, per prudenza, fu trasferito altrove.

Padre Carlo Messori Roncaglia, sj (20.1.1904-15.8.1996)

Tuttavia all’indomani della Liberazione, con una sottile astuzia, avvalendosi dell’aiuto del padre gesuita patavino Carlo Messori Roncaglia, Scorza riuscì a sottrarsi ai suoi aguzzini nascondendosi stavolta presso l’Istituto Aloisianum di Gallarate retto dai Gesuiti, dove giunse il 16 ottobre 1945, naturalmente sotto mentite spoglie, nei panni di un sedicente bibliotecario che rispondeva al nome di tal dott. Giuseppe Maggio, come si evince del resto anche dalla circostanziata relazione stilata dal vice rettore di questo istituto ecclesiastico, padre Armando Cattaneo, il quale scrive:

Il Dott. Maggio venne all’Istituto il 16 ottobre 1945 avendo l’Istituto Aloisianum bisogno di un bibliotecario per riordinare la biblioteca dopo l’occupazione dell’Istituto stesso da parte dei tedeschi.

Venne raccomandato da persona bene disposta verso l’Istituto [il p. Carlo Messori Roncaglia di Padova] prudente, di provato amor patrio anche per aver partecipato notevolmente al movimento partigiano. Dietro tale raccomandazione il P. Ministro dell’Istituto lo ricevette nell’ufficio con un corrispettivo di £ 2.500 più il vitto e l’alloggio.

L’l’istituto dei Gesuiti, “Aloisianum” (Gallarate)

Difatti, a tal proposito bisogna rilevare che l’Aloisianum all’epoca aveva allacciato rapporti idilliaci con i partigiani del luogo, ragion per cui padre Messori-Roncaglia come aveva avuto la possibilità di nascondere in questo istituto religioso il dentista padovano di origini ebraiche, dott. Chasen, così aveva accolto a Padova e poi condotto a Gallarate, anche l’ex segretario del P.N.F. Carlo Scorza che, per precauzione, si presentò dai Gesuiti sotto mentite spoglie nei panni del sedicente dottor Maggio.

A quel punto sembrava che tutto filasse per il verso giusto e che l’ex gerarca fascista fosse, finalmente, riuscito a farla in barba ai suoi aguzzini grazie al provvidenziale piano congegnato fin nei minimi particolari insieme ad un altro “camerata”, tal Ferruglio – segreterio particolare del capo della provincia di Padova – il quale, senza alcuna esitazione, aveva preso carta e penna e scritto una lettera al podestà del comune patavino, nella quale erano contenute precise direttive in merito alla procedura da seguire per il rilascio di ben tre carte d’identità a Scorza, due delle quali intestate a personaggi fittizi. L’ordine fu immediatamente eseguito, tant’è che a partire dal 16 aprile 1945, l’ex segretario del P.N.F. era già in possesso di questi documenti: uno intestato regolarmente a proprio nome e gli altri due ad un tale dott. Giuseppe Maggio nativo di Marsala e ad un certo Genovesi.

Ecco le due carte d’identità intestate rilasciate al gerarca
fascista: la prima, quella fittizia, intestata ad un
tal dott. Giuseppe Maggio (sopra); la seconda,
quella autentica, intestata a Carlo Scorza (qui a sinistra).

Tuttavia, col precipitare degli eventi (descritti nel volume “Il rifugio segreto dei gerarchi: Storia e documenti delle reti per l’espatrio clandestino dei fascisti”, pp. 305-326) Scorza, a quel punto, già aveva provveduto a tagliare la corda avvalendosi, probabilmente, dell’ausilio di qualche persona di sua fiducia che gli permise, seguendo l’esempio di tanti altri gerarchi, sempre sotto mentite spoglie, prima di varcare il confine svizzero e poi riparare agevolmente nell’Argentina di Juan Domingo Perón per rifarsi una nuova vita, attendendo serenamente nel suo esilio tempi migliori per poter rientrare in patria. Tuttavia, il 12 dicembre 1945, prima di lasciare frettolosamente il suo nascondiglio di Gallarate, trovò il tempo anche per stilare una breve lettera di congedo al rettore dell’Aloisianum, padre Pietro Costa, per ringraziarlo dell’ospitalità ricevuta e spiegargli i motivi che lo avevano indotto a lasciare furtivamente quel luogo.

Il seguito di questa vicenda, con tante altre vicende, potrete trovarlo descritto, con dovizia di particolari, nel volume “Il rifugio segreto dei gerarchi: Storia e documenti delle reti per l’espatrio clandestino dei fascisti”, pp. 305-326.

  • Copertina flessibile: 344 pagine
  • Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform; 1a edizione (23 febbraio 2017)

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© Giovanni Preziosi, 2022

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Giovanni Preziosi

Giovanni Preziosi nasce 52 anni fa a Torre del Greco, in provincia di Napoli, da genitori irpini. Trascorre la sua infanzia ad Avellino prima di intraprendere gli studi universitari presso l’Università degli Studi di Salerno dove si laurea in Scienze Politiche discutendo una tesi in Storia Contemporanea. Nel corso di questi anni ha coltivato varie passioni, tra cui quella per il giornalismo, divenendo una delle firme più apprezzate delle pagine culturali di alcune prestigiose testate quali: “L’Osservatore Romano”, “Vatican Insider-La Stampa”, “Zenit”, “Il Popolo della Campania”, “Cronache Meridionali”. Ha recensito anche alcuni volumi per “La Civiltà Cattolica”. Inoltre, dal 2013, è anche condirettore della Rivista telematica di Storia, Pensiero e Cultura del Cristianesimo “Christianitas” e responsabile della sezione relativa all’età contemporanea. Recentemente ha fondato anche il sito di analisi ed approfondimento storico "The History Files”. Ha insegnato Storia Contemporanea al Master di II° livello in “Scienze della Cultura e della Religione” organizzato dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Fin dalla sua laurea i suoi interessi scientifici si sono concentrati sui problemi socio-politici che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale, con particolare riguardo a quel filone storiografico relativo all’opera di assistenza e ospitalità negli ambienti ecclesiastici ad opera di tanti religiosi e religiose a beneficio dei perseguitati di qualsiasi fede religiosa o colore politico. Ha compiuto, pertanto, importanti studi su tale argomento avviando una serie di ricerche i cui risultati sono confluiti nel volume “Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinità” (Walter Pellecchia Editore, 2006); “L’affaire Palatucci. “Giusto” o collaborazionista dei nazisti? Un dettagliato reportage tra storia e cronaca alla luce dei documenti e delle testimonianze dei sopravvissuti” (Edizioni Comitato Palatucci di Campagna, 2015), “La rete segreta di Palatucci. I fatti, i retroscena, le testimonianze e i documenti inediti che smentiscono l’accusa di collaborazionismo con i nazisti” (CreateSpace Independent Publishing Platform, 2015) e “Il rifugio segreto dei gerarchi: Storia e documenti delle reti per l'espatrio clandestino dei fascisti” (CreateSpace Independent Publishing Platform, 23 febbraio 2017) nonché in altri svariati articoli pubblicati su giornali di rilievo nazionale.

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