Storia d'ItaliaRisorgimento d’Italia: la vicenda del sordomuto Antonio Cappello, renitente alla leva

Storia di un coscritto palermitano sordomuto chiamato alla visita di leva nella Sicilia postunitaria del generale Govone per reprimere il brigantaggio. Accusato di renitenza e rinchiuso nella fortezza siciliana di Castellammare del Golfo e poi trasferito presso il presidio militare di Petralia.
Avatar Marco Giulianidomenica, 4 Settembre 2022 ore 11:04:464324 min

Tendenzialmente, alcuni metodi usati, per così dire, dai medici militari delegati dagli alti comandi piemontesi di svolgere accertamenti e fare chiarezza su una serie di soggetti renitenti alla leva obbligatoria per motivi di salute, prevaricarono i semplici esami clinici per dare spazio a pratiche più o meno “sperimentali”. Il tutto a danno dei pazienti che marcavano visita e manifestavano sintomi di presunte malattie tali da essere riformati. E come si sa, la scienza medica di un secolo e mezzo fa non era certo evoluta come quella attuale. Tutt’altro.

Ritratto di Antonio Cappello con i segni delle ustioni praticate ai suoi danni presso il presidio militare di Petralia (Immagine tratta da Antonio Morvillo, Storia e processo della tortura del sordo-muto Anto

 

Così, il sordomuto Antonio Cappello, classe 1840, nullatenente, residente a Palermo e affetto da algidismo (da algidus, sindrome così denominata all’epoca, ovvero forma di ipotermia caratterizzata da attacchi di febbri alte e collassi cardio-circolatori), chiamato alle armi, dovette confrontarsi con gli esperti dell’esercito sardo per provare che fosse realmente inabile e non in grado di sentire e parlare.[1] Accusato di renitenza e rinchiuso nella fortezza siciliana di Castellammare del Golfo dal 23 settembre del 1863, dopo pochi giorni fu trasferito presso il presidio militare di Petralia, località di Palermo, per controlli.[2] Solo la disperazione della madre – una vedova a servizio da una famiglia borghese del tempo – supportata dal suo padrone e datore di lavoro, esortò un legale a denunciare il fatto che il ragazzo, da diverse settimane, fosse prigioniero e tenuto sotto sorveglianza presso l’ospedale militare palermitano.

Presa a cuore la vicenda della donna e fatte le dovute indagini, l’avvocato diede avvio alle pratiche per dare modo al malato tenuto sotto chiave di ricevere visite, cosa che sino al momento gli era stata impedita. Avuto accesso alla cella, quella che si presentò agli occhi del legale fu una bruttissima scena: il giovane presentava decine di piaghe e sevizie lungo tutto il corpo, dalle braccia alla schiena, dai fianchi ai glutei, di cui alcune ancora sanguinanti. Sembravano bruciature. Ne aveva circa centocinquanta. Partì immediatamente una denuncia nei confronti dello staff sanitario che aveva in cura Cappello. La battaglia legale che seguì tra gli avvocati del poveraccio e il comando militare di Palermo durò poco più di 6 mesi, trascinandosi tra accuse, perizie, controperizie, denunce e controdenunce. La cosa finì sui giornali, e il 4 dicembre 1863 approdò in Parlamento, dove per l’occasione fu ridiscussa la legge che dall’agosto precedente rendeva la leva obbligatoria e puniva severamente disertori e renitenti.

Rispetto alle tesi sostenute dai medici responsabili del presidio militare – ovvero che il ragazzo era stato sottoposto ad accertamenti clinici “al tatto” per capire se stava recitando o era veramente sordomuto – e ai periti di parte, la cosa certa e provata fu che il giovane aveva effettivamente subito sevizie di varia natura. “Bruciature da tizzi incandescenti o sigaretta o simili”: questa fu la diagnosi iniziale dell’equipe dei medici legali designati dagli avvocati di Cappello. Giuseppe Govone, già responsabile delle forze armate di stanza a Palermo e poi deputato, fu tra coloro i quali fecero visita al sordo-muto per sincerarsi delle sue condizioni fisiche. Visto il recluso, lo stesso Govone dichiarava per iscritto “di aver vedute e contate quelle cicatrici in poco meno di trenta macchiette di acqua scaldata”.

Era come un cane che si mordeva la coda. Da una parte l’accusa tacciava i medici militari di lesioni e tortura reiterata, dall’altra gli alti comandi dell’esercito, per mezzo dei loro avvocati, insistevano nel sostenere che erano state compiute delle “prove cliniche” con materiale caustico per constatare l’effettivo sordomutismo del ventitreenne e curarne – eventualmente – i sintomi. Ovviamente, lo facevano difendendo ad oltranza il buon nome della divisa e del corpo militare TUTTO. I magistrati, nella persona del giudice istruttore Magarotti, richiesero alla direzione ospedaliera di Petralia cartelle e referti di tutti coloro i quali, unitamente al Cappello, erano ricoverati nella stessa struttura in quanto affetti da patologia simile a quella dello sfortunato soggetto in stato di prigionia da settimane. Il 22 novembre 1863 seguì la relazione scritta del direttore medico Secondo Fogliarini:[3]

[…] “Stato nominativo degl’individui stati inviati in osservazione in questo Spedale durante il corrente anno [1863] per sordità e mutolezza, munito eziandio di tutte quelle indicazioni chieste col citato foglio”.

Inscritto – Falco Giuseppe – sordità

Ciancimino Calogero – Idem

Pumiglia Michele – Idem

Filicicchia Mariano – Idem Mutolezza

Barcellona Giuseppe – Sordità

Tarantino Rosario – Idem

Renitente – Nuccio Antonio – Idem

Gioja Matteo – Idem

Soldato – Polaja Antonio – Idem Mutolezza

Antonio Cappello? Semplice : omissis, come d’altra parte il registro di carico e scarico dei medicinali usati al reparto nei giorni immediatamente successivi – altre carte richieste dagli inquirenti – a quello in cui Cappello entrò in ospedale e fu sottoposto, in quel lasso di tempo, al “trattamento” contestato. Per i medici, come da cartella clinica, era tutto normale. Il ragazzo palermitano con il corpo ricoperto da ustioni la cui origine era ancora da appurare, veniva considerato un paziente come gli altri. Gli alti comandi militari piemontesi, come fu logico attendersi, si chiusero a riccio, inibendo qualsiasi notizia alla stampa o la diffusione di dettagli che potessero inficiare il prestigio e l’onore dell’esercito della corona sabauda. Cosa poteva un semplice avvocato di fronte all’atteggiamento voluto dai “piani alti” di uno Stato che stava operando un’occupazione militare con tanto di corte marziale, lo stato di guerra e la galera preventiva per i dissidenti?

Meraviglia il fatto che la difesa degli accusati si sia appellata alla facoltà dei medici, compresa in un regolamento approvato con Decreto Reale del 31 marzo 1855 riguardante la sospetta simulazione di malattia, di sottoporre i soggetti renitenti ad alcuni accertamenti “clinici” mediante somministrazione di sostanze sulla superficie del corpo. Metodi usati allora – come affermò la Corte – sugli epilettici. Si provi a pensare a cosa abbia avvertito Antonio Cappello a seguito delle ripetute e già menzionate “applicazioni al tatto” con punte incandescenti operate dai medici : dalla sua testimonianza, ricavata tramite l’aiuto di un interprete, si dedusse che il giovane avesse emesso dei suoni gutturali misti ad urla terribili. La difesa, di fronte alle accuse, tentò di opporre la dichiarazione di uno degli infermieri militari di stanza presso il presidio medico palermitano durante la detenzione dei malati, secondo il quale, sembrò che Cappello in un’occasione avesse pronunciato la locuzione “bedda matri” pensando di non essere udito.[4]

Vito d’Ondes Reggio (Palermo, 12 novembre 1811 – Firenze, 21 febbraio 1885)

La vicenda, dopo i primi articoli apparsi su alcuni quotidiani, approdò alla Camera, dove il 4 dicembre 1863 ebbe luogo una discussione sull’episodio. Discussione che sul singolo caso fu abbastanza evanescente, ma in un secondo tempo determinò la riesamina della Legge Pica e mise in serio dubbio i comportamenti usati dall’esercito nei confronti della popolazione meridionale in conditio di Legge Marziale. Così si rivolse all’aula D’Ondes Reggio[5]

“[A settembre 1863] …Si arresta a Palermo un sordomuto come renitente alla leva; la povera madre chiedeva di vederlo, le era proibito; ma l’amore di madre, e di madre siciliana, sa vincere ogni barriera”.

Una voce: «Ohi ohi». Un’altra voce in aula: «Le altre mandano i figli all’armata!»

D’Ondes : “…Il figlio si getta in braccio alla madre, mostrando le piaghe fatte con ferro infuocato (sussurro); la madre intinge il suo fazzoletto nel sangue del figlio, e gli dà un pane, perché egli era anco affamato. La nuova dell’orrendo martirio si sparge per tutta la città, vi fu chi la rese pubblica nei giornali; allora rispettabili deputati e senatori, appunto per verificare il fatto e per calmare la concitata popolazione, chiesero al generale Govone di andare a vedere quell’infelice. Or si dice, non posso più nulla asseverare di certo, che andò il sostituto procuratore del Re con un interprete, e verificò che era un sordo-muto; Si dice che si fece una perizia, e che da questa perizia risultò che aveva avuto delle sevizie, e che non era punto vero che avesse per una malattia bisogno di questa sorta di cura, di 150 rivulsivi superficiali volanti, come ormai si è espresso il medico maggiore dell’ospedale militare, ormai in Sicilia sono famosi presso il popolo i rivulsivi superficiali volanti. Il medico medesimo in una sua relazione stampata asseriva tra le altre cose che la prima perizia affermava che non si erano usate sevizie, ma di rimedi a malattia grave, ma i periti subitosi sono affrettati a smentirlo […].

«Nel numero 247 del Giornale di Sicilia colla data del 6 novembre alla categoria Notizie interne si legge una lettera dell’egregio signor Restelli medico divisionale di questo spedale militare all’indirizzo del comandante militare della città e circondario di Palermo,nella quale si dà conto di un affare che riguarda untale col nome di Antonio Cappello renitente della leva del 1840. «Fra quanto in essa si assevera sono le seguenti parole:  Non si sa da chi fu sporta querela al signor procuratore del Re per sevizie che si osavano sugli ammalati nell’ospedale ed in ispecie sul renitente arrestato Antonio Cappello. Il distinto integerrimo magistrato faceva domandare in ufficio il Cappello e lo faceva visitare da due egregi periti medici del paese, i quali, stabilito che non si trattava di sevizie, ma di applicazione di sistema di cura nei casi difficili domandati dalla scienza. Nella querela sporta al signor procuratore si parlava anche di ferita al capo ; sono tutte falsità, prette invenzioni, i periti stessi esclusero il fatto» […] .

Ma di più, o signori, nella relazione citata dal signor Restelli sta scritto che «esclusa la sordità del Capello,la mutolezza n’era alquanto dubbiosa». Ora il giorno 24 novembre, per ordine del prefetto, ed a premura dell’autorità giudiziaria, quegli è stato tradotto nello ospedale dei sordo-muti di Palermo. E questo fatto atroce, e quasi incredibile, è dell’evo medio più tenebroso. L’inchiesta parlamentare dovrà chiarirlo; v’ha un cumulo di circostanze che pur troppo indica la sua realtà; il modo stesso come pria si seppe,e poi e più lo stesso modo come il medico maggiore difende, una improvvisa malattia di tanta algida natura che richiede a tanto numero l’applicazione del rimedio ferro rovente!”

Durante il processo, distribuito in più fasi, venne stabilito che : alcune perizie calligrafiche accertarono l’avvenuta manomissione (nonché correzione) degli scritti nella cartella medica di Cappello; dell’avvenuto tentativo – mediante ferro rovente – di appurare se il querelante era effettivamente sordomuto o reso temporaneamente tale mediante la volontaria ingestione di “stranomio”; dell’avvenuta applicazione di pomate o simili (denominate “moxa”) al fine di accertare suddetto sordomutismo; che il querelante, all’atto della somministrazione dei vari metodi al tatto (punta rovente, liquidi caustici), emetteva grida e versi monosillabi lamentando dolore ma senza per questo convincere gli esperti sul suo effettivo sordomutismo.

Tempo dopo, scriveva nelle sue memorie Antonio Morvillo, uno dei legali di Antonio Cappello:

“Affidare alla stampa tutti gli atti che si contengono nel processo per la tortura del sordo-mutolo Cappello, è opera non che importante, utile e opportuna […]. Fu singolare dopo la tortura del Cappello che due sordo-muti coscritti, i quali, per mandato del Consiglio di leva, dovevano andare in osservazione in un ospedale militare, scelsero quello di Genova dichiarando che in quello di Palermo temevano la pruova [sic] del fuoco”.[6]

Dopo aver patito sofferenze psico-fisiche inenarrabili, il 31 dicembre 1863 Antonio Cappello fu scagionato dal reato di renitenza alla leva e riformato. Il Tribunale Militare ne dispose il ricovero presso un centro specializzato per sordomuti, dal quale dopo pochi giorni fu dimesso per essere restituito alle cure della madre. Ma soprattutto, alla libertà.


Note

[1]Antonio Morvillo, Storia e processo della tortura del sordo-muto Antonio Cappello, Palermo, Lorsnaider,1864,                pp. 16-17

[2]Castello-fortezza eretto da Carlo D’Angiò nel XIII secolo, in epoca risorgimentale venne usato dai piemontesi per rinchiudervi i detenuti durante la guerra contro l’esercito borbonico.

[3] Morvillo, Storia e processo della tortura del sordo-muto Antonio Cappello, cit., pp. 110-111-112

[4] Ivi,. P. 247

[5] Verbale Camera dei Deputati della seduta del 4 dicembre 1863, resoconto stenografico

[6] Morvillo, Storia e processo della tortura del sordo-muto Antonio Cappello, p. 7-14

 

© Marco Giuliani, 2018

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Marco Giuliani

Giornalista pubblicista vive a Roma. Lavora presso Istituto per la Finanza e l'Economia Locale. È laureato in Lettere presso l‘Università “La Sapienza” di Roma ed ha conseguito il Master in “Science of Religion and Culture” presso l’Università “Roma Tre”.

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