Chiesa e ShoahIl CommentoDavid Kertzer e il “suo” Pio XII

Una replica a Corrado Augias.
Avatar Matteo Luigi Napolitanomartedì, 28 Giugno 2022 ore 14:58:18219616 min
Dall’analisi dell’ultimo volume di David I. Kertzer, Il Papa in guerra, da noi pubblicata su queste pagine (20 giugno 2022) è nato un interessante dibattito, con interventi su “Avvenire” e con una lunga replica dello stesso Premio Pulitzer sulle pagine del quotidiano “La Repubblica”. A ciò ha fatto seguito una nostra controreplica cortesemente ospitata dallo stesso giornale; seguita a ruota da un intervento di Corrado Augias (sempre su “La Repubblica”, il 26 giugno). Non ripeteremo quanto già detto sull’ “Osservatore”, al cui articolo del 20 giugno rimandiamo. Ci preme invece puntualizzare alcuni aspetti del nascente dibattito.
Innanzitutto, tale dibattito si svolge senza aggettivazioni dei protagonisti. Chi scrive è cattolico, mentre il professor Kertzer è ebreo. L’appartenenza religiosa non fa testo ai fini di un dibattito storiografico. Kertzer scrive e parla da accademico, non da ebreo. Chi scrive espone la sua analisi da accademico, non da cattolico.
L’articolo di Corrado Augias su “La Repubblica” del 26 giugno 2022.
Chiarito ciò, siamo grati a Corrado Augias per aver egli parlato di una «buona polemica» condotta «in buona fede da entrambe le parti, con ragionevoli argomenti». Senonché, poco oltre, nel suo interessante intervento Augias scrive che mentre noi ci siamo proposti di «difendere l’azione di Pio XII analizzando singole frasi o parole», invece Kertzer ha proposto «una visione complessiva sul comportamento di Pacelli in quegli anni orribili». Per chiarire il suo pensiero, Augias scrive: «Lo storico Napolitano ricorda che in un verbale vaticano figura la frase “La Santa Sede non deve essere messa nella necessità di protestare. Qualora la Santa Sede fosse obbligata a farlo, si affiderebbe, per le conseguenze alla Divina Provvidenza”». Chiamare in causa la Divina Provvidenza in quel tragico momento, osserva Augias, «francamente appare insufficiente».
La frase sulla possibile protesta vaticana non è in un verbale qualsiasi. Quel verbale è datato 16 ottobre 1943 ed è la registrazione del drammatico colloquio tra il Segretario di Stato Maglione e l’ambasciatore tedesco in Vaticano, von Weizsäcker (sulla cui figura tanto ci sarebbe da dire). Kertzer cita quel verbale a lungo nel suo libro; per poi saltare, guarda caso, proprio la frase sulla prospettata protesta papale. Kertzer la omette e va direttamente alla chiusa del documento.
La frase da noi citata non è quindi avulsa da un contesto. E il contesto è il seguente: l’ambasciatore tedesco aveva invitato il Vaticano a non creare problemi, dato che gli ordini di deportare gli ebrei romani venivano da molto in alto, ossia da Hitler. Maglione gli rispose che se la razzia non avesse avuto fine, la Santa Sede avrebbe protestato affidandosi alla Divina Provvidenza per le conseguenze. Quali conseguenze? Un’invasione nazista del Vaticano? Un rapimento del Papa? Una nuova Avignone? Non lo sappiamo. Ma certamente la protesta rimase una delle opzioni vaticane. Kertzer questo non lo dice; né dice che lo stesso rappresentante inglese Osborne, scrivendo a Londra il 31 ottobre 1943, confermò proprio l’esistenza di una protesta vaticana per la feroce razzia del 16 ottobre precedente.
Veniamo ora a quella che Augias definisce «la mancata difesa dei cattolici polacchi» da parte di Pio XII. Com’è noto, i polacchi furono vittima di un’aggressione congiunta russo-tedesca per effetto del protocollo segreto del patto Ribbentrop-Molotov. Sulla prima enciclica di Pio XII, la Summi Pontificatus, ci siamo già dilungati nel nostro articolo del 20 giugno scorso. Che essa fosse un atto di solidarietà verso la Polonia oppressa lo attesta il governo britannico: l’enciclica di Pio XII «può essere considerata come veramente soddisfacente» si legge nel verbale del Gabinetto di Guerra britannico del 30 ottobre 1939; questo perché «Sua Santità ha espresso profonda simpatia con tutti gli oppressi, specialmente con i polacchi». Un dispaccio diramato il giorno prima dall’agenzia di stampa nazista DNB, riferisce invece la vera posizione dei «circoli competenti tedeschi»: «Una cosa non dev’essere dimenticata: la simpatia del Pontefice per la Polonia. Non sorprende quindi che il Papa abbia espresso fraterna compassione per i polacchi. Non c’è dubbio, però, che avrebbe fatto buona impressione se il Papa avesse rivolto il suo pensiero non soltanto ai polacchi, ma anche a quelle migliaia di tedeschi, tra cui migliaia di cattolici, uomini e donne, bambini e anziani, massacrati dai polacchi nella maniera più raccapricciante». Queste non sono frasi pescate a caso, ma rappresentano un contesto generale: quello della solidarietà del papa verso i polacchi. Ecco perché i nazisti falsificarono la versione dell’enciclica diffusa in Polonia. La Summi Pontificatus «interpolata est loco Polonia, “Germania”»; ossia si sostituì la parola “Polonia” con “Germania” e si fecero varie altre omissioni. Le parole papali furono alterate dai nazisti «ut solum de militibus hitlerianis et natione germanica opressa intelligatur». Ossia: affinché in Polonia si capisse che la prima enciclica di Pio XII esaltava solo e soltanto il valore dei soldati tedeschi, ed era solidale solo con «la nazione germanica oppressa». Tutti questi dati erano ricavabili dagli archivi e anche da quelli vaticani aperti nel 2020; ma nel libro di Kertzer non ve n’è traccia.
Un altro elemento non può sfuggire al dibattito. Corrado Augias lo ha posto in rilievo in uno stilema classico: «Il Papa non volle levare pubblicamente quella protesta, quel grido, che forse avrebbe limitato l’orrore; in compenso permise che, in silenzio, si prestasse qualche soccorso». Rileviamo l’avverbio «forse» e l’aggettivo indefinito «qualche». Il «forse», letteralmente, significa che non c’è alcuna certezza che un grido di dolore da Piazza San Pietro avrebbe fermato Hitler. Attribuire ai papi del Novecento i poteri dei re taumaturghi medievali, come se la “Dea Ragione” non fosse mai scesa sulle menti e sulle società umane, svilendo ben prima del Novecento il valore della parola papale nelle società secolarizzate, è ricorrere a un’astrazione. Hitler si sarebbe fermato? Sarebbe andato “a Canossa” guidando un processo di resipiscenza collettiva dei tedeschi e dei loro alleati solo in virtù di un «grido» dalla loggia di Piazza San Pietro? Quasi sicuramente no. I tragici effetti della protesta collettiva dei vescovi olandesi (aumento esponenziale delle deportazioni dai Paesi Bassi) possono essere ormai documentati e sono alla base della decisione di Pio XII di usare, dopo quei fatti, il maggior riserbo possibile.
Un altro aspetto va chiarito. Per potersi muovere in sinergia con altri, il Vaticano doveva comportarsi da entità internazionale i cui atti avevano effetti politici e giuridici. Una rete di soccorso attuata da organizzazioni e da Paesi neutri richiedeva uniformità di condotta. La Croce Rossa Internazionale poteva esprimere da Ginevra una protesta plateale? I documenti dicono di no. E lo stesso dicasi per varie altre istituzioni coinvolte nelle operazioni di salvataggio degli ebrei europei. Se si fossero volute salvare vite umane (tema drammaticamente a noi coevo), l’atteggiamento ideale avrebbe dovuto essere un «silenzio operativo» condito di riserbo e di segreto.
Ciò conduce alla questione dei numeri e al «qualche soccorso» ipotizzato da Augias. Se le carte rese disponibili online per volere di Papa Francesco sono una miniera preziosa per studiare cosa si tentò di fare di concreto, dalle carte di Yad Vashem di Gerusalemme abbiamo una prima stima sul numero degli «ebrei rifugiati nelle zone extraterritoriali del Vaticano» e in altre sedi: sarebbero stati 4715 gli ebrei cui si diede soccorso a ridosso del 16 ottobre 1943. Le altre carte vaticane potranno contribuire a ulteriori chiarimenti; ma il capitolo dei soccorsi non ammette riduzionismi di sorta.
Il nostro articolo all’origine del dibattito conteneva rilievi critici che restano quindi tuttora in piedi: nelle problematiche, nelle domande e nelle obiezioni mosse al professor Kertzer. Ricordava tempo fa
Andrea Riccardi che per tanto tempo gli storici avevano atteso l’apertura degli archivi vaticani su Benedetto XV, “il papa in guerra” nel 1914-18; salvo poi disertare quegli archivi e restar ancorati a vecchie interpretazioni. Gli storici devono stare attenti a non commettere lo stesso errore con Pio XII, il secondo “papa in guerra” del Novecento.

 

© Matteo Luigi Napolitano, 2022

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Matteo Luigi Napolitano

Nato a San Severo (FG) Il 3 marzo 1962, romano di adozione. Professore Associato di Storia della Diplomazia e delle Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi del Molise. Delegato per le Relazioni Internazionali ed ERASMUS PLUS del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi del Molise. Consulente parlamentare. Delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l'International Commitee for the History of the Second World War, The Hague. PARTECIPAZIONE A COMITATI SCIENTIFICI Membro del Comitato di referaggio della “Nuova Rivista Storica” (2017 a oggi) Membro del Comitato scientifico della collana storica delle “Edizioni dell’Orso” Membro del Comitato scientifico della Rivista “Res Publica” della LUMSA Delegato internazionale del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l’International Committee for the History of the Second World War Membro del CIMA (Machiavelli Inter-University Centre for Studies on the Cold War) di Firenze, dir. Ennio Di Nolfo, Leopoldo Nuti Membro del Collegio di Dottorato del Ricerca in Innovazione e Gestione delle Risorse Pubbliche, Università degli Studi del Molise (2006 ad oggi) Membri del Comitato Scientifico del Dictionnaire de la Diplomatie du Saint-Siège, Paris CNRF-Université de Paris IV-“Sorbonne”.

2 comments

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    Anna Pizzuti

    martedì, 19 Luglio 2022 ore 14:58:42 at 14:58

    Ho iniziato da qualche settimana a lavorare sulla Serie Ebrei citata nel post, seguendo il metodo con il quale da sempre conduco le mie ricerche, che è quello di leggere fino in fondo , uno ad uno, i documenti che ho a disposizione.
    L’ho usato per altri epistolari egualmente celebrati, lo sto facendo su questo.
    E già da ora, tuttavia, posso fornire alcune delle informazioni che sto ricavando.
    Come si evince dall’inventario,l’epistolario si compone di richieste effettuate in maggioranza da ebrei italiani, ma contiene anche un certo numero di richieste provenienti da ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico, costituenti, questi ultimi, il campo specifico delle ricerche che conduco da anni e che sono pubblicate on line (www.annapizzuti.it)
    Sui primi – gli italiani – non posso fornire numeri, ma posso dire che, ad una osservazione dell’inventario risulta evidente che la maggior parte di essi scrivono subito dopo l’emanazione delle leggi razziali del novembre del 1938 e, per quanto ho potuto leggere finora, essi chiedono di essere aiutati nelle pratiche di discriminazione, arianizzazione, matrimoni.
    Maggiori informazioni posso fornire sulle richieste degli ebrei stranieri internati in Italia (molti altri, i cui nomi sono presenti nell’inventario, non lo furono).
    Anche qualcuna delle loro richieste è stata avanzata nel 1938 o nel 1939, ma chi ha studiato le norme fasciste che regolarono la loro persecuzione, sa bene che a quella data erano presenti sia quelli che in Italia risiedevano da decenni e in molti casi ne erano cittadini,resi apolidi dal decreto del 7 settembre 1938, sia i rifugiati dall’Europa centro-orientale in attesa di emigrazione, che, dallo stesso decreto, insieme ai primi, dall’Italia erano stati espulsi.
    Grazie al database pubblicato sul mio sito, ho individuato 216 nomi di richiedentiebrei stranieri internati (i capifamiglia: se considerassi i familiari sarebbero di più).
    Esclusi i casi citati sopra, la maggior parte delle richieste vengono avanzate a partire dal 1940, anno in cui (precisamente il 15 giugno) iniziano ad essere internati nei campi e nelle località.
    Solo 20 richieste vengono presentate anche nel 1943, ma dovrò controllare in quale mese, considerato che la persecuzione delle vite inizia dopo l’8 settembre di quell’anno.
    Fatto questo, ho controllato, sempre grazie al mio database, al quale lavoro dal 2009,raccogliendo tutte le fonti possibili – ben specificate – quale sia stato il loro destino.
    Comunico i risultati di questo primo “blocco” di lavoro:
    – 20 di essi furono deportati (31, se consideriamo i familiari, ma debbo controllare se qualcuno di questi ultimi sia sfuggito alla deportazione)
    – di 120 viene documentato il luogo in cui si trovavano dopo la fine della guerra:molti nei campi UNRRA e IRO che li ospitavano o negli stessi luoghi in cui erano stati internati. Altri avevano lasciato l’Italia, ma per raggiungere la Svizzera, durante la persecuzione delle vite, oppure trasferiti in America (Fort Ontario) o in Palestina con le operazioni messe in atto dagli Stati Uniti o dall’UNRRA in Italia (partenze effettuate da Napoli, da Bari o Taranto tra il luglio del 1944 e i primi mesi del 1945)
    – di 60 non ho ancora documentato il luogo in cui si trovavano
    – 4 morirono durante l’internamento
    – di 2 so che sopravvissero ma non conosco il luogo in cui si trovavano.
    La maggior parte delle lettere chiedeva di essere aiutata nell’emigrazione, soprattutto verso l’America Latina e in particolare il Brasile. Non apro qui il discorso sui 3000 visti messi a disposizione da questo Stato per gli ebrei convertiti, perchè non voglio avanzare giudizi sul loro uso prima di aver letto tutto.
    Quello che posso dire è che a me, di questo gruppo di persone, risulta che solo 10 dei 216 riuscirono ad emigrare e solo 2 di essi in Brasile.
    Chiedo scusa per la lunghezza del commento, ma ho pensato di rendere noto fin dall’inizio il mio lavoro, con la speranza che altre persone, anche quelle più titolate di me nel mondo accademico, leggano le lettere e, solo dopo, esprimano la loro valutazione accompagnata dalle motivazioni su cui si fonda.

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      Matteo Luigi Napolitano

      venerdì, 22 Luglio 2022 ore 15:23:37 at 15:23

      È riduttivo considerare «epistolari» i documenti della Serie “Ebrei”. Non si tratta di «epistolari». Per le leggi archivistiche codificate si tratta di un’intera serie archivistica che si compone di 170 posizioni per un totale di oltre 2880 dossier nominativi (se ho contato bene). Parliamo di una serie archivistica fatta di lettere di richiedenti aiuto, di minute interne d’ufficio, di dispacci e di note diplomatiche, e di quant’altro possa far capire come la Santa Sede si mosse di fronte alle più svariate richieste provenienti dall’Italia e dall’estero (non si tratta infatti solo di ebrei italiani, come potrebbe sembrare a chi si limiti a leggere solo l’inventario). È dunque prematuro aprire un serio dibattito scientifico prima di aver analizzato tutto questo materiale nella sua interezza.
      In secondo luogo, fatta tale ricognizione, visto che gli archivi vaticani su Pio XII sono ormai aperti e liberamente consultabili, occorrerà armonizzare questo materiale con le altre Serie degli “Affari Ecclesiastici Straordinari” (cui anche la Serie “Ebrei” appartiene) che si possono studiare integralmente in formato digitale. La procedura di accesso in Vaticano a queste altre carte è estremamente semplice. Da questo raffronto emerge ancor più la consapevolezza che l’azione della Santa Sede (ente universale per definizione) si mosse su un piano internazionale, e dunque non soltanto in favore degli ebrei italiani e non soltanto in favore degli ebrei battezzati.
      Se si vuole ulteriore conferma di quanto precede, si potrà procedere a un esame delle carte conservate a Yad Vashem, le cui posizioni, segnature e contenuto, per ciò che attiene al tema qui considerato, saranno certamente note alla professoressa Pizzuti.

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